22 gennaio 2008

La mia piccola odissea per il Rosae Mnemosis - 17:36/19:49

Tutto comincia quando chiedo alla gentilissima Silvia dove trovare il suo vino qui a Palermo, purtroppo non è ancora distribuito, è la sua pronta risposta, così come pronta è l'offerta di inviarmene una bottiglia, sorpreso e stupito, ma non tanto, accetto di buon grado, poi le festività natalizie, il mio viaggio a Barcelona.
La sera del 17 gennaio trovo un biglietto arancione nella buca delle lettere, qualcuno ha provato a consegnarmi un misterioso pacco celere... rifaranno il tentativo, così dice il biglietto, la sera successiva un altro biglietto dello stesso colore si materializza nello stesso posto del primo, stavolta non c'è scritto nulla, nè data, nè indicazioni di sorta, ricordando altre consegne e considerando il week-end di mezzo designo il lunedì successivo per il ritiro.
Lunedì 21, alle 14:30, appena uscito dall'ufficio, pur non sapendo affatto dove recarmi, mi dirigo all'ufficio postale più vicino a casa, l'impiegato rigira tra le mani i due biglietti, con aria sconsolata e rassegnata mi comunica che loro ancora il pacco in questione non l'hanno ricevuto, sarà meglio riprovare domani... mmmmmm.
Martedì 22, stavolta alle 13:30 sono all'ufficio postale, c'è una donna allo sportello, che con aria ancora più sconsolata del primo mi dice che francamente non sa come aiutarmi, un collega zelante prova su internet, alla ricerca del pacco perduto... scopro così che il servizio di posta celere in realtà è affidato ad una non meglio identificata società di cui le poste si servono, l'impiegata comincia a recitare una triste litania: l'azienda non è più quella di una volta, si stava meglio quando si stava peggio, non ci sono più le mezze stagioni ribadisco io e finalmente ottengo un numero di telefono al quale rivolgermi o in subordine l'indirizzo della società, si, diavolo, però la stessa non si trova a Palermo, bensì a Villabate, comune limitrofo, però considerando che io vivo esattamente dall'altra parte e ci saranno almeno venti chilometri di distanza propendo per il telefono.
Ore 15:30, ho appena finito di pranzare e decido di chiamare la ditta di spedizioni, voce registrata, musica di sottofondo e segnalazioni varie su numeri di telefono a pagamento, sito web, ecc... penso che siano in pausa pranzo (ma quanto dura la pausa pranzo?). Sul famigerato "pizzino" arancione scorgo un numero verde, lo compongo fiducioso, call center delle poste, niente da fare, il tipo ci prova ma non cava un ragno dal buco, comincio a disperare, internet, trovo la società, digito il mio bel numero di spedizione, risulta che il pacco proviene da Empoli e che hanno provato varie volte a consegnarmelo...nessuna indicazione sul da farsi, provo una poco credibile operazione di contatto con la quale dovrei ricevere notizie in merito via sms o e-mail... attendo, intanto provo le pagine gialle e comincio a chiamare tutti i numeri esistenti, la solita musica, gli operatori sono occupati ma se voglio posso provare un numero a pagamento per soli 15 centesimi al minuto e tra l'altro senza scatto alla risposta... decido che forse è il caso di provare la macchinetta mangia soldi, come prevedevo, digitare uno se..., digitare due se..., il tempo scorre inesorabile e nessuno mi risponde, il mio cellulare è muto e la mia casella di posta sta facendo la muffa.
17:36 sono in auto, dopotutto sono soltanto venti chilometri, dimentico delle targhe alterne e della chiusura improvvisa del parco della Favorita che generano il caos... guardo mestamente le cifre digitali sul cruscotto, tra l'altro non conosco nemmeno l'esatta ubicazione della famigerata società... il tempo non aspetta ed io sono bloccato nel traffico, 17:59 mi dico che posso farcela, mi guardo intorno, la gente sembra rassegnata, sto ascoltando la radio, non sono abituato al traffico e cerco di non pensarci, d'improvviso mi sbuca davanti un furgoncino bianco, la scritta laterale mi sembra di conoscerla, ma sì è proprio un furgoncino della ditta che sto cercando, in un lampo il colpo di genio, sono già le 18:28, ho letto nel sito che le consegne si effettuano sino alle 19:00, se uno più uno fa due, il tipo ha finito le consegne e sta rientrando in sede... lo seguo molto fiducioso.
Sono talmente convinto del fatto mio che non mi accorgo che invece il furgoncino gira per una traversa laterale , continuo a seguirlo, e dopo dieci minuti capisco che sta tornando in città, diavolo, mi prende la disperazione, sono costretto ad invertire il senso di marcia e ricominciare quasi da zero.
Mi dico che non ce la farò, ecco Villabate, cerco la stazione ferroviaria nei cui pressi dovrebbe essere ubicata la ditta, mi fermo e chiedo ad un passante, stazione ferroviaria qui a Villabate? Non esiste più da anni... o porca miseria, e adesso? Però la stazione di Villabate in realtà è quella di Ficarazzi dice lui... ok, va bene, ma come la raggiungo???? Sempre dritto, la prima a sinistra, poi subito a destra, il ponte, il semaforo giallo intermittente, poi subito a destra e sempre dritto, facile a dirsi... ma lei sa per caso dove si trovi la via Picasso? Anche da morto vieni a tormentarmi, è davvero un destino infame il mio.... ma questa è tutta un'altra storia... 18:48, seguo le indicazioni, e neanche a dirlo, mi perdo, la lancetta del serbatoio punta pericolosamente verso lo zero... anche questa, non ho certo il tempo per fermarmi ad un distributore.
Il vecchio che vende ortaggi e frutta per strada mi dice che non è della zona, leggo Ficarazzi su un cartello e mi fiondo, comincio a sentire l'istinto prendere il sopravvento, non so nemmeno dove mi trovo, ma sento che sono nella direzione giusta, 18:57, cavolo, cavolo, non mi chiuderanno sul naso, vedo una traversa più larga, guardo la targa stradale, e il mio volto s'illumina, Via Pablo Picasso, eureka! Entro trafelato nell'ufficio, 18:59, bingo! L'impiegato guarda il suo orologio, penso mi voglia buttare fuori, ma deve aver notato la mia aria contrita e disperata, prende i miei biglietti arancioni e sparisce, l'attesa si prolunga e già penso che del pacco non ci sarà traccia... finalmente un altro impiegato mi chiama per nome con in mano una busta, ci dispiace per il contrattempo, si è trattato soltanto di un errore, le hanno lasciato degli avvisi sbagliati... si, ok, ma il pacco c'è? Si, si, quello si, uff, le ultime perplessità svaniscono, una firma e finalmente entro in possesso del tanto agognato oggetto del desiderio, non oso aprirlo, lo adagio sul sedile della mia auto, una targhetta sbiadita recita Villa Petriolo, è lei, si, è lei, la mia bottiglia di Rosae Mnemosis, mi sento felice come un ragazzino e fumo una sigaretta liberatoria.
19:49 casa, finalmente, apro la bella scatola, la bottiglia è sana ed avvolta da una carta in cui si legge di fiabe raccontate, di sorelle, di rose, di desideri, di conquiste.
Grazie Silvia, il primo passo è stato immortalare la bottiglia a cui farà seguito, chiaramente, la degustazione, credo che sceglierò l'abbinamento con il filetto all'arancia e pepe rosa di Bian.

15 gennaio 2008

quel viaggio a ritroso nel tempo

Forse era soltanto gelosia, o forse invidia della bellezza del non sapere, eppure calciavo forte, con cattive intenzioni, suppongo adesso, lui sorrideva sempre, bardato di tuta, ginocchiere, guantoni, troppo grandi per permettergli anche di muoversi, ma lui sorrideva, sempre, anche quando restava legato ad aspettare, senza dire nulla, senza obiettare, senza aspettarsi nulla, neanche di fronte alle pistole che ci venivano puntate, neanche una lacrima, ho sempre scambiato per forza la sua sensibilità, del resto non ho mai capito niente veramente, rigiravo tra le mani quel flaconcino e mi chiedevo con ostinazione perchè il contagocce fosse stato spinto a forza al suo interno, sempre poche parole, ma quelle poche parole mi restituivano con molta chiarezza le sue notevoli capacità. Che fosse il codino o la barba lunga, o la Parigi delle sue foto, gli occhiali scuri che mi negavano lo sguardo, le troppe sigarette, o di quella volta che gli dicevano, "mangiami, mangiami", gli anni di lontananza e le lettere in sordina, verità nascoste e domande senza risposta, cercavo tra le nuvole il colore della mia terra lontana, mentre la vita si prendeva tutto e il tempo non ci aspettava, echi lontani di gesta andate, di solitudini, di fasti e clamori, di risa perdute, di infanzie negate, gli amori, gli amori, persi nel vuoto di una stanza, tele disperate e richieste d'aiuto, di quelle corse del mattino e dei cornetti appena sfornati, di qualche cinema e di tutti i libri non letti. Del dolore della verità che a tutti i costi non si vuol sapere, di tutti i traumi e le sconfitte, del desiderio che muore ogni giorno, dei momenti di odio, di delusione e di tristezza, di una richiesta disperata.
Il desiderio sopito di quel viaggio insieme che non è mai venuto, delle promesse e del distacco, dell'indissolubile amore fraterno.
La paura dell'ignoto ci rende sgomenti e solidali, insieme a tutte le domande alle quali cerchiamo frenetiche risposte, la lotta continua, la lotta è sempre dura, i grandi occhi incorniciati da folte ciglia mi osservano, scrutano la mia ignoranza, da tempo hanno smesso di credermi, un fremito attraversa la mia schiena e un dolore che non conosco mi spinge a piegarmi in avanti, mi osserva incredulo e le mie parole si perdono nel vento, gli tendo una mano, ma come sempre è tardi, anche questa volta capisco in ritardo, anche questa volta perdo la mia occasione.
Lentamente il giorno fa il suo ingresso, ho aperto gli occhi già da un pò, preparo il mio solito caffè e accendo la mia prima sigaretta, la notte è stata tormentata, tra gli acufeni che non mi lasciano un momento e i pensieri sparsi e intrisi di un dolore nuovo, la luce filtra tra le tende, i fogli sparsi in giro riaccendono il mio interesse e la voglia di sapere, vorrei essere lontano, perdermi tra la gente, non farmi riconoscere, l'ennesima fuga, l'ennesimo non-ritorno vagheggiato, a volte le battaglie si vincono da soli, ma una guerra è un'altra storia, troverò la forza, quel coraggio perduto, non perchè debba, solo perchè voglio.

12 gennaio 2008

Lo scopino nella candeggina

Le lacrime scendono lente sul volto di Tami, nel suo itaspainglese riesce a dirmi che spera ci vedremo presto, la Estación de França sembra essere rimasta quella del 1929, un tuffo nel passato che rimanda ad antichi fasti, ad antichi dolori, anche se della dittatura franchista non sembra più esservi traccia, Barcelona si sveglia in questa fredda mattina di dicembre accarezzata da un tiepido sole, lentamente percorro a piedi i pochi chilometri che mi riportano a casa, Peppe e Valerio dormono ancora, il natale ce lo siamo lasciati alle spalle, fumo disteso sul letto, la finestra aperta rimanda echi di bambini in festa, un velo di tristezza, non mi lascia l'immagine degli occhi di Tami ora sorridenti ora mesti e tristi.
Adriana mi ha salutato con molto affetto, sorridente e lanciata verso i suoi nuovi traguardi, Valerio maledice se stesso, la sua presunzione, i suoi errori, avrei voluto trovare parole diverse, mi riconosco adirato e incapace, piccoli momenti di tensione, d'incomprensione, anneghiamo i dissapori nell'ennesimo vodka lemon, dopo guardiamo tutto con più serenità, ci ritroviamo, torniamo a sorridere, uno sguardo, niente più parole, avremo tanti giorni ancora e la maniera di riparlarne.
La Rambla si porta via il sorriso, ancora una volta, scende una pioggia fine e traditrice, il Montjuic sembrava aspettarci, Mirò è preso d'assalto, gli invasori parlano la lingua italiana, straziano tutto quello che trovano sul loro cammino, impietosamente, vanno a caccia di souvenir, di un briciolo di memoria, lui è sepolto qui vicino, ne avverto la presenza, ci perdoni maestro.
Non siamo stati capaci nemmeno di una telefonata, Santiago non è a un tiro di schioppo, ma le telecomunicazioni oggi fanno miracoli, il piacere è rimandato ancora una volta, la paura regna sovrana e incontrastata, Agustìn, perdonaci anche tu.
Pablo Ruiz Picasso è morto, è morta l'arte, viva l'arte. Divoro i passi, la frenesia mi assale, voglio nutrirmi, voglio ingozzarmi, voglio scoppiare di piacere, gli occhi pieni, il cuore impazzito, mi fermo soltanto quando lo vedo, lui è lì, mi guarda, sembra dirmi morirai anche tu, non sai quando, ma accadrà e nessuno saprà cosa avresti potuto fare, stupido, vigliacco, insulso essere, i colori si sciolgono, lentamente debordano dai quadri e mi cingono in una morsa sottile, le dita di pane sembrano prendersi gioco di me, che figlio di puttana, ti ho amato dal primo giorno, con la tua maglietta a righe e le mani sporche di colore, per le tue stramberie e le tue donne, e ti ho odiato perchè non ero lì, mi resta una foto rubata, i tuoi occhi, gelidi, spietati, accusatori, mi fa male ammetterlo, ogni giorno di più, perchè m'inchiodi alla verità.
Sudore, accanimento, oltraggi alla libertà, e la stramaledetta teleferica è già chiusa, sento svanire il tempo, il sole sta per scomparire dietro i monti, il freddo si fa intenso e i giorni sono andati via, paella da dimenticare, chuleton da ricordare, la crema catalana, il pub di Simone, Sorriso, Catalunya, il piattello e il santa diña chileno, è stato solo un momento, mi sono distratto e adesso questo bel flacone di candeggina resterà inutilizzato.
Gaudì, Aldo Rossi ed anche Bonvicini, sagrada, segrate e le strip, ancora lei, l'ignobile, irriverente con la falce, monumenti ai caduti e caduti dai monumenti.
La moka l'ho portata da casa, non ho saputo resistere, il caffè della mattina è l'unica sacralità che riconosco, la prima sigaretta, le prime luci, il porto olimpico e il park Guell, il barrio gotico, la ciudadela, la condoneria con i suoi oggetti bizzarri.
La diagonal e le corti inglesi, non c'è, inutile insistere, ancora non c'è, vive nella nostra immaginazione, Valerio lascia stare, smettila di bere, Peppe pensieroso, un sorriso, ritrova la parola, gli ultimi dodici secondi, dodici acini sentenziano la fine, in ritardo prendo ad ingozzarmi, recupero, taglio il traguardo in tempo, siamo nel 2008, verso un goccio di candeggina, lo scopino ringrazia.

17 dicembre 2007

Del prossimo e di altri ancora

L'alba del 20 mi vedrà alle prese con valigie e quant'altro, non è tanto il viaggio in se, è partire con mio figlio dopo tanti anni che mi rende ansioso e allo stesso tempo eccitato.
Ricordo la luce nei suoi occhi all'annuncio di un viaggio, un bambino di 11 anni che pativa la mia assenza, i primi anni della separazione da sua madre, un bambino che attendeva con trepidazione l'incontro estivo dopo i mesi passati in città diverse e nei quali si comunicava mediante appassionate lettere che dilatavano il tempo e trasformavano gli stati d'animo in cui avveniva la scrittura.
Momenti intensi in cui si cercava di recuperare il tempo perduto, ma quel tempo lo rimpiango ancora, contro la mia volontà mi sono perso tanti istanti che avrei voluto per sempre conservare nel mio cuore, ma non potrò mai dimenticare i suoi sguardi, intensi, carichi di significato, profondi, se qualcuno al mondo mi conosce fino in fondo, quello è proprio mio figlio.
Le vicissitudini della vita ci hanno diviso e riunito tante volte, gli anni delle medie passati a Firenze, gli anni del liceo a Palermo, l'università a Firenze prima e Palermo ancora una volta, occuparmi di lui a "puntate" non ha certo minato il nostro rapporto, adesso viviamo ognuno per conto proprio seppur nella stessa città, e finalmente saremo insieme per un momento di svago che giunge necessario dopo mesi, se non anni, di intenso lavoro e sacrificio, che se non ci ha, alla fine, regalato le soddisfazioni che pensavamo, per lo meno ci ha permesso di essere uniti e solidali, regalandomi la possibilità di sposare un suo progetto e condividerne l'entusiasmo.
Barcelona non ci è estranea, ma l'abbiamo vissuta in solitaria e in momenti diversi, ambedue affascinati dalla Spagna e con la medesima voglia di viverla in maniera diversa, con quella strana idea che spesso torna a fare capolino e che anche in questo caso ci vede solidali.
Spesso i volti delle persone conosciute non si ricordano più, si perdono nel vento le parole, gli anni cancellano amicizie e amori, certi ricordi si mantengono vivi nella memoria del cuore, certi altri li lasciamo andare e a volte la paura non ci fa proseguire nel cammino della conoscenza, non credo si possa spiegare a parole il legame che unisce un padre a un figlio, e forse non serve farlo, è quando gli sguardi si incrociano e toccano le corde del cuore, quando non servono parole, quando percepisci le storie anche senza che nessuno te le racconti, quando il tempo della condivisione ti regala la certezza di avere raggiunto quel momento altissimo che non a tutti è dato di conoscere e che a volte qualcuno t'invidia, è in questi momenti che capisci e non ti resta che ringraziare la vita per averti concesso il sentimento più bello.

13 dicembre 2007

il mio piccolo viaggio alla scoperta della cuccìa

La mia cuccìa in solitaria alle sei del mattino, lume di candela, due bicchierini di grappa per far finta di non essere solo ma non li ho bevuti mi sembrava carino metterli nella foto, un discreto lavoro alle spalle, ma neanche tanto faticoso, grano, ricotta, scorzetta d'arancia candita, cannella, cioccolato fondente, e qui ho esagerato 99%, qualche filo di zuccata, aroma di vaniglia, sa molto di arabo in questa veste ma è tutta siciliana.

1 dicembre 2007

Di un viaggio interrotto

Da bambino detestavo la crema di ricotta, della cassata siciliana amavo soltanto il pan di spagna e il verde marzapane.
Alcuni dei miei pomeriggi di studente del liceo li dedicai ad alcune visite, in compagnia di Francesca, presso l'ospedale psichiatrico il quale credo da poco non si chiamasse più "manicomio". L'imponenza del luogo m'incuteva timore, a volte non visto mi aggiravo tra le sale deserte, sbirciavo fuori dalle finestre le immense solitudini, tornavo nella mia casa luminosa piangendo, ma non sapevo mai il perchè, soltanto mi facevo carico di qualcosa più grande di me mentre i miei compagni andavano a dare calci ad un pallone improvvisato nella polvere delle strade con gli zaini a far da porte.
E' un pomeriggio di quelli che voglio ricordare, quella volta a noi si era unito anche Michele, a lui il calcio non era mai piaciuto, sembrava una missione la nostra o l'espiare colpe che non ci appartenevano, la sala grande e luminosa riecheggiava di musiche e danze, la ragazza prese la mia mano e m'invitò al ballo, non lo avevo mai fatto prima, avevo diciannove anni credo e gli ultimi passati nella mia stanzetta ad ascoltare rock e vagheggiare di un amore mai conosciuto fino ad allora.
Lei aveva uno sguardo felice in tutta la sua sofferenza ed io mi lasciavo trasportare, fino a quando non arrivarono le pastarelle alla ricotta, si illuminò ancor di più e mi rese partecipe della sua generosità, le sue mani indugiavano ora sull'una ora sull'altra, cercava soltanto di scegliere la migliore per me, quando me la portò alla bocca era così contenta che non ebbi il coraggio di rifiutare, dopotutto io la ricotta la detestavo ancora, la crema mi si sparse per il viso, e un'altra e un'altra ancora, il ballo proseguì per qualche minuto, fino a quando le robuste braccia di un infermiere non la portarono via, la festa era finita, i suoi occhi di colpo persero la luce le sue braccia tese ed imploranti mi dipinsero tutta la solitudine, il buio prese forma e la musica cessò, restai al centro della grande stanza mentre le lacrime si mescolavano alla crema, non una parola nel ritorno a casa, la sera era già scesa e si sentivano soltanto i nostri passi, ognuno perso nei suoi pensieri e incapace di dargli vita.
Quella credo fu l'ultima volta che mi recai in quel posto o forse nel tempo l'ho rimosso, era stato per via della legge 180 del 1978 figlia di Basaglia che avevo potuto avere quell'opportunità, ma anche il mio impegno politico, l'incontro con Francesca.
Quest'episodio dimenticato è tornato alla luce negli anni un paio di volte, quando vidi un film su Basaglia, quando mi recai in quell'ospedale oggi tanto cambiato per tirare anch'io calci ad un pallone nel campo attiguo, oggi riaffiora leggendo Roveredo e ne parlo con Giulia che il libro mi ha consigliato. Le stesse lacrime rigano il mio volto, ma non si mischiano alla crema, quella crema alla fine ho imparato ad apprezzarla e continuo a dare calci ad un pallone. Avrei dovuto versare meno lacrime e darmi più da fare, non ne ho avuto la forza forse, o forse mi è mancato il coraggio.

29 novembre 2007

Di quel viaggio che sento alla fine

Dell'immagine di un ragazzino strappato alla scuola, del precoce lavoro, della capacità e della fermezza, dei sacrifici nel tempo, della fiducia nel dormirmi accanto mentre guidavo silenzioso fumando un'altra sigaretta di nascosto, di una macchina da guerra, la sua guerra a lungo combattuta e persa soltanto in un piovoso mattino di aprile, quando ti svegli e non sai più chi sei e l'immagine di te è lontana dal tuo corpo, del come mi sorprendeva destandosi dal sonno nel mio esatto momento di crisi, di tutte le volte che "ti conviene girare di là...", della capacità assoluta di mantenere la calma anche quando il più stolto pontificando sulla propria ignoranza ti prendeva in giro senza sosta e della verità nascosta nel guadagno quotidiano, di tutte le mattine alle cinque, delle risate e delle canzoni stonate, della velleità di attore e delle reali capacità riconosciute, del caffè delle mie mattine da studente che nelle sue mani sembrava un elisir, del suo essere diverso da me e tanto simile nello specchio delle mani, delle sue mani in cui rivedeva quelle del padre, degli scontri mai sopiti delle ideologie, della benzina che mi faceva di nascosto, delle assenze patite nel lavoro lontano da casa, della manualità trasmessa, della capacità d'inventarsi l'impossibile, e del suo sguardo assente di oggi.
Dei suoi racconti semplici e accorati e delle mie lacrime nascoste e silenziose, del suo dolce sorriso e dello stupirsi delle mutazioni, dell'incoraggiamento costante e di tutte le avversità, delle sue lacrime di rabbia e d'impotenza, del riciclarsi nella vecchiaia, del mai abbattersi e dei miei viaggi al finestrino e della felicità di un bambino, della solita insalata verde o del cappuccino della sera, delle valigie colme e delle valigie trafugate, dei viaggi milanesi e delle stradine pugliesi, di una sicilia amata e contemplata, del non riconoscermi più, di quello che è mancato e di quello che è stato, della generosità non riconosciuta e della derisione, dell'invidia e del disprezzo, di un articolo di giornale, dei morti ammazzati e delle morti naturali, delle amicizie perdute e degli allori dimenticati, di quel piede martoriato e dei chilometri viaggiati, di un'infanzia presto dimenticata e dei fratelli perduti.
Del suo sguardo assente di oggi, dei capelli disordinati e delle rasature approsimate, dei suoi occhi profondi che non ricordano più.
Della mia rabbia e della mia impotenza, delle mie fughe vigliacche e dei pianti solitari, delle foto distratte e della foto da militare, delle melenzane fritte nell'acqua sotto le bombe e delle cassate siciliane, della difesa a oltranza della specie e della sua dimenticanza, degli occhi attoniti dei miei fratelli e della disperazione di mia madre.
Del suo sguardo assente, del suo non parlare, degli abbracci mancati e di quelli che non ci saranno, di quei calci sbilenchi a un pallone o del pranzo domenicale, delle sue parole taglienti e del disperante congedo finale.

27 novembre 2007

Giulia corre

La strada è in salita, Giulia è in ritardo, il sole è già scomparso all'orizzonte, gli ultimi raggi si riflettono nelle acque dello stretto, Giulia non ci pensa due volte, compone il numero e alla risposta ricomincia la polemica, sta quasi correndo, la voce è affannata, ma non smorza la sua dolcezza, il suo accento frammisto di romano e napoletano, o almeno così percepisco, Giulia va sempre all'attacco, indomabile e sicura, sono davvero timido?
Giulia è un lampo nel cielo, ascolta sempre con grande interesse fa sue le storie che le racconto, non è mai superficiale, non dimentica mai nulla, le piace ascoltare, le piace capire.
Giulia nella sua mansarda, la tisana e la "bastarda turca", non finirà mai quel libro.
Mario anche oggi non ha letto il programma, sono tutti da Emanuela, è là che è diretta anche lei.
Un lampo nel cielo stellato, no, il freddo non vuole saperne, è caldo anche oggi, le lenticchie prendono colore tra un pò faranno compagnia al riso e poi un cucchiaio di olio della mia terra.
Giulia è possessiva, Giulia chiede, attraversa luci ed ombre, Giulia è solo in cerca di conferme.
Quanti piatti, le posate, non ha voglia, non ancora, l'acqua è pronta Giulia tace.
I capelli, così corti, camomilla e piumone, Giulia ascolta sempre, Giulia non mi parla di se, attende le mie domande.
Giulia corre sempre, cerca se stessa, cerca qualcosa, cerca qualcuno.
Odore di buono nell'aria, un sorriso, apro piano la finestra, un leggero tepore si diffonde nella stanza, arriverà l'inverno?
Giulia sta dormendo, lo sento, la mia tisana è pronta, guardo un'altra foto, faccio una scansione delle parole dette, come spesso accade dimentico di collegare il cervello e le parole vibrano indisturbate, fluttuano nell'aria, colpiscono, feriscono, maledetto stupido.
Morfeo non mi raccoglie, sfoglio stancamente le pagine di un nuovo libro, aspetto con fiducia che mi trascini con se, guardo ancora fuori della finestra, silenzio a tratti rotto dall'ennesimo rientro, fumo un'altra sigaretta, so che non dovrei, il cerchio alla testa me lo sconsiglierebbe, il fumo azzurrino è l'unica cosa che mi piace, per il resto comincio a detestarle.
Giulia anche lei gli occhiali sul naso, parla dei suoi bambini, del piacere tutto infantile e innocente di costruire e un attimo dopo distruggere tutto, liberazione, evasione, quante volte avresti voluto fare lo stesso e non hai più l'età.
Giulia e i suoi pranzicene, sempre allo stesso orario, una botta e via ci si ripenserà domani, il gusto perduto del riflesso dei fuochi sul tuo viso, vapori andati, nascosti in ricordi ancestrali, ricordi di bambina nella mano di tuo padre, non c'è, forse non ci sarà nel timido sguardo sorpreso di chi si sente osservato.
Giulia corre, Giulia corre sempre, Giulia non sa fermarsi, non vuole, non può, ancora affanno e richieste a se stessa, all'amico di sempre.
Ciao Giulia, dormi serena, Parigi, la Senna e la Banlieue, il Grande Arche e il suo autore danese nell'unico progetto in vita, soffi di luce, aroma di caffè, un'altra notte è andata, piacevole e insolito tepore di novembre, si annuncia primavera si direbbe, nel mio cuore è ancora inverno inoltrato, nel cuore di Giulia è sempre estate.


26 novembre 2007

Quando non ti resta nient'altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra. (Corman McCarthy)

Salar de Uyuni - Bolivia 04.08.2005

Non te lo aspetteresti mai, nemmeno in una città come la mia, quel benedetto autobus che dovrebbe riportarci a Sucre forse non esiste, forse si cela nella nostra immaginazione, il cervello annebbiato dal freddo intenso, la ragazza cortese, neanche poi tanto, ci ripete ossessivamente che arriverà, sono talmente stanco che non ho la forza di chiedermi perchè la gente che aspetta con noi in quello che sembra l'ultimo posto al mondo, abbia così tante coperte, giacconi, cappelli e sciarpe. Finalmente come in un miraggio appare il nostro autobus, talmente sgangherato e cigolante che quasi viene voglia di andare a piedi.
Cerco di non pensare, mi rannicchio nel mio posto e cerco di dormire, gli spifferi gelati mi ridestano, mi guardo in giro e capisco, gli uomini e le donne sono avvolti nelle loro coperte, intabarrati fino all'ultimo capello, la notte scende silenziosa il bus arranca e il freddo a poco a poco diventa insostenibile, cerco di muovere i piedi e disperatamente di frenare gli spifferi usando le tendine lacere e consunte, tentativi inutili, in un flash rivedo il salar, l'immensa distesa di sale 12000 kmq che si perdono a vista d'occhio, il sole caldo che si riflette nel sale, l'isla del pescado e i suoi infiniti cactus, il frugale pasto consumato in compagnia di quattro allegri ragazzi argentini. Mi volto a guardare Peppe, lo sento maledire il mondo, e ho l'immagine netta della fine. Approfitto di una breve sosta per capire se il sangue circola ancora dentro un corpo che non sento più, non riesco nemmeno ad urinare tale è il freddo.

Il gelo attanaglia ormai la mia mente, mi sento perduto, uno sguardo verso i miei vicini, due vecchietti che erano con me alla stazione, dormono, avvolti nelle loro coperte, tante, sento che non ce la farò, la disperazione m'induce a pensieri maligni e la tentazione di rubargliele si presenta in me con orrore, capisco che i pensieri non sono più pensieri, capisco a cosa può portare la disperazione, riprendo a battere i piedi, cerco di muovere le braccia, tutto inutile, non voglio nemmeno immaginare quanti gradi ci siano all'esterno, so bene della forte escursione termica, so bene che il termometro sarà sotto lo zero, ma mi dico che non posso cedere, non posso davvero finire così.
Non c'è davvero granchè da fare, m'impongo di dormire per dimenticare la sofferenza, il tempo non passa mai, e dormire quando senti la lama sottile del gelo farsi strada tra i vestiti e colpirti a morte, diventa un'impresa ardua, impossibile.
Non avevo mai provato una sofferenza simile prima, è davvero qualcosa che non si può raccontare, nonostante il piumino, il pile e la maglietta "tecnica".
Non so come ci ritroviamo sbattuti per strada alle quattro del mattino, siamo a Potosì, la coincidenza, già pagata, per Sucre in realtà non esiste, in Bolivia può capitare anche questo, ma quando mi rifugio sotto un porticato e il freddo sembra affievolirsi, tutto scompare nel nulla, gli spettri della morte svaniscono, e la bellezza di Sucre, raggiunta dopo molteplici complicazioni, mi restituisce il desiderio del viaggio e la forza di dimenticare.

19 novembre 2007

Santiago del Cile 11.01.2003

Santiago si offre a me in tutta la sua bellezza, cammino disperdendo lo sguardo, mi fermo ad osservare le case basse che via via degradano, case povere rispetto a quelle viste sulle colline (il nuovo rifugio dei ricchi, in mezzo a loro da qualche parte Pinochet continua a pontificare nonostante tutto….) vengo assalito dai profumi, dai colori, dai visi distesi delle persone che incontro, “questa terra è la mia terra”, mi sento così a mio agio, che quasi ne sono sconvolto, chissà, se credessi alla reincarnazione sarei propenso a pensare di essere stato in un’altra vita proprio un cileno.
Decidiamo di dirigerci verso il quartiere “Bellavista”, visiteremo la “Chascona” (la casa di Pablo Neruda) , il Museo delle belle arti e tutto ciò che potremo.
Il nostro cammino riprende, infaticabile, so dove siamo diretti, so che resterò meravigliato davanti alla casa di Pablo Neruda, saprò dopo quanto mi avranno colpito le sculture di Nunèz.
Il cielo è sereno, il freddo intenso della mattina ha lasciato posto ad un caldo asfissiante, maledetta escursione termica, siamo costretti ad uscire da casa imbacuccati e poi a svestirci frettolosamente mentre il sudore ci cola copioso dalla fronte. Vorrei che il tempo si fermasse, vorrei non dovere tornare in Italia, vorrei continuare a parlare con le persone, vorrei immaginare la mia vita diversa.
Il museo è magnifico, la struttura simile al nostro liberty, forse più vicino in realtà a quello francese, l’immensa copertura a vetri lascia che il sole colpisca le sculture rendendole più reali, ma sono figure fantastiche, il buon Nunèz utilizza ogni sorta di materiale, dal ferro al legno, alla paglia e al fango, ricordano i tanti muri che ho visto per le vie di Santiago, traspare dalle sue opere la passione, la sofferenza, l’immensa dimestichezza con le tecniche più disparate, stiamo a guardare a bocca aperta e ripenso ad Agustin che ce lo aveva preannunciato, ma lo stupore di fronte a tanta suggestione è inevitabile, scattiamo foto a ripetizione, non abbiamo fatto altro in questo viaggio, le nostre foto, con il grandangolo o lo zoom, tutto per cercare di fermare il tempo, d’immortalare e riuscire a trasmettere queste emozioni.
Adesso il caldo è davvero insopportabile, cerchiamo un posto dove poter mettere qualcosa sotto i denti, dove bere una birra fresca, ci aggiriamo furtivamente per il quartiere di Bellavista, la strada è tutta un susseguirsi di locali, dai pub alle trattorie, alle semplici bettole, cerchiamo una soluzione che stia nel mezzo.
Addento con voracità la mia tortilla, cavolo, l’insalata è zeppa di cipolle, non mangio mai le cipolle crude, cerco di scartarle, ma l’aroma intenso ha pervaso pomodori e quant’altro, il caffè non ci consola, abbiamo chiesto un “corto italiano” con la speranza che la tazza piccola che ci viene offerta sia foriera di un buon espresso, ma no, davvero non capisco, grandi produttori e pessimi baristi…
L’aria prende a raffreddarsi, il sole comincia il suo declino, guardo le Ande lì sullo sfondo di questa bellissima scenografia, le vette innevate, suppongo sia proprio perché il vento accarezza le cime che giunge a noi talmente gelido.
Il tassista ha l’aria rilassata, noi credo proprio di no, ci chiede dove portarci, sicuro del fatto mio pronuncio: Herrera mildossientooccianciados, certo che lui abbia capito e fiero di essermi imposto; si aveva capito, non so perché abbia poi girato in lungo e in largo senza trovare la destinazione, sino a quando non mi decido a dargli con fermezza le indicazioni del caso, altro carico di autostima… e Giuseppe gongolante.
E’ giunta sera, preparo il mio giaciglio di fortuna, quattro o cinque coperte mi faranno da materasso, un lenzuolo e un cuscino il resto. Non riesco a prender sonno, domani prenderemo l’aereo del ritorno, non riesco proprio a chiudere occhio, in un lampo le immagini del viaggio si frappongono tra me e la parete della stanza, rivedo mentalmente le diapositive, affranto per quelle che volevo fare e non ho fatto, felice per quelle casuali. La gatta continua a graffiare la porta, vorrebbe entrare, dopo tutto questa stanza sino al mio arrivo era la sua dimora personale, non me la sento di dividere il mio letto improvvisato, forse più tardi le aprirò, le palpebre lentamente cominciano a socchiudersi, cerco di abbandonarmi al sonno vinto dalla stanchezza, la resistenza che pongo è figlia del diniego, non voglio, non voglio, percepisco gli ultimi lamenti, la gatta, la mano scivola su un fianco, l’ultima notte cilena sta per andare, un breve sussulto, apro gli occhi, dalla finestra aperta la luna fa il suo ingresso, mi scappa un sorriso, buonanotte Santiago, arrivederci. Apro la porta la gatta felice viene a sistemarsi tra le mie coperte.

17 novembre 2007

El Tatio 07.01.2003

Ci vogliono i turni per riuscire a svegliarci in tempo e far parte della "spedizione", tre ore di viaggio dal deserto di Atacama, arrivando a quota 4321 mt., lo spettacolo che si offre ai nostri occhi è a dir poco affascinante, non è ancora giorno, fa un freddo bestia e ancora insonnacchiati non ci rendiamo perfettamente conto di cosa ci troviamo davanti, dai piccoli geyser a quelli più grandi ad un'autentica piscina naturale dove i più coraggiosi s'immergono felici di scrollarsi il freddo patito, Jorge con molta disinvoltura mette a cuocere le uova intere direttamente dentro l'acqua bollente di un piccolo geyser insieme ai brik del latte che poco dopo ci sembreranno una manna dal cielo, tra i fumi e gli schizzi continuo a tirar foto che resteranno per sempre nella mia memoria, tra i Lama, le Biscachas e il piccolo Zorro che con disappunto suppongo non arriverà a stasera, mi lascio trasportare dalla fantasia e dalle emozioni. il freddo via via che scendiamo verso Calama lascia il posto ad un caldo afoso e umido, un caldo che ti si appiccica addosso e ti fa sentire già a casa.

16 novembre 2007

La selva amazzonica 13.07.2005

Iquitos resta, a malincuore, soltanto l'occasione veloce per riprenderci dal viaggio in aereo. Alcune ore di viaggio in auto ed il successivo trasbordo in barca ci scodella, attraverso affluenti vari, in quello che pensiamo essere il cuore della selva amazzonica, è già buio e facciamo fatica ad orientarci, ci accompagnano due ragazzi del luogo, nessun lodge, nessuna capanna, il nostro hotel a cinque stelle è una palafitta aperta su tutti i lati, un giaciglio di coperte ed una zanzariera a proteggerci dagli insetti. Una settimana a diretto contatto con la natura ancora incontaminata, immersi nel verde e circondati dall'acqua. Ci laviamo nel rio, con qualche timore per la presenza di piranha, coccodrilli e quant'altro, sembra quasi di ottemperare ad un qualche rito tribale, ci si lava i denti con l'acqua torbida e marroncina, restiamo affascinati dal silenzio, dalla fitta vegetazione, dallo scorrere silenzioso dell'affluente, è svanito il caldo, non sentiamo l'umidità, ci lasciamo lentamente trasportare dalle emozioni, il sorriso delle donne e dei bambini che vivono in una delle tante comunità presenti lungo i fiumi, ci ripaga della fatica e dei disagi tutti occidentali. Il curandero che sentiamo cantare in una notte stellata, induce timore, rispetto, ed un sorriso beffardo all'indirizzo dei tre ragazzi svizzeri che a caccia di emozioni si ritrovano a vomitare anche l'anima. Quando le cibarie scarseggiano ci ritroviamo a pescare e mangiare i piranha, chi l'avrebbe mai detto.
I giorni passati in quell'angolo sperduto di mondo, ci indurranno a nuovi pensieri...

Che brasile? 26.07.2007

Il fumo della sigaretta sale lento, percepisco il freddo e maledico di aver lasciato il pile in hotel. Santa Teresa, il bondes (tram) in salita, i ragazzini che saltano a bordo, ci guardiamo intorno stralunati non sembra neanche che poco sotto scorra la grande metropoli con le sue bellezze, le sue contraddizioni, le frotte di turisti.
E' sempre così, corriamo a rifugiarci lontano dai clamori, col gusto dell'avventura e il desiderio di saperne di più.
Il giorno che a poco a poco svanisce, la stanchezza, la metro più pulita che tu abbia mai visto e ti domandi se davvero sei tu, come sembra, il più sporco e malvestito.

5 novembre 2007

Il mio primo giorno qui

Ci eravamo lasciati alle spalle Iguatzù e le poderose cascate che abbracciano tre paesi.
La Quebrada sarebbe stata tutta un'altra cosa, ma in questo giorno che segna il mio ingresso qui, la mente è distolta dalle immagini di un film, violente, crude, e troppo vere, della Cambogia, della Cecenia, del Sudafrica, del Pakistan, l'elenco potrebbe continuare, affido le mie inutili parole a un diario che ancora non so se prenderà forma.