30 luglio 2008

Il piano B

Ci si guarda intorno, silenziosi, la gente ride, beve, fuma, sono trascorsi due mesi o forse più, il piano A è bello che andato, alti, bassi, in definitiva niente, particolari a un tempo certi e insignificanti, diciamocelo, non ha funzionato. Dopo l'abbrivio iniziale, l'euforia e l'entusiasmo, la quiete, rimestare a vuoto, riconsiderare i passaggi, analizzare il fallimento, fallimento?? Diavolo, ma in questo frangente Carr ha dato il suo notevole contributo e poi sentori di more e tannini, e letture e riflessi e specchi, sudori, colori, anniversari e concorsi vari, cristalli e birre, e il vino?
Ma non è questo il punto, continuo a tergiversare, chi lo dice che intorno è pieno zeppo e sono io che non so vedere?
In verità preferirei ciondolare per altri lidi, sudare di un altro sole, polvere e sassi sotto un altro cielo, mi toccherà di dita trafficare sulla tastiera, di obiettivi non risolti che guardano ad altri, stringere i denti, aspettare che passi.
Sono giorni che mi si chiede conto e ragione dell'alternativa, bozze, schizzi, e un'esecutivo, arranco, farfuglio, mastico amaro, ho puntato tutto sul piano A, l'alternativa non era nelle mie corde, diciamolo, non esiste il piano B, non l'ho mai redatto, non l'ho mai preso in considerazione fino in fondo, arranco, farfuglio, rimastico amaro, porca miseria, ho toppato, avrei dovuto occuparmene, non foss'altro per manifestare l'impegno, la fiducia, e il crederci.
E adesso? Brrrr..... cupi segnali, di cellulari lampeggianti e schiene roboanti... ok, ok, ho ancora un mese davanti, dopotutto che ci vuole? E se?.... ma, forse... si lo so anche il destino ha la sua influenza... e se non sapessi dove mi trovo? se non fossi in grado di decodificare i segnali? Oh merda! Allora dovrei rivolgermi a degli esperti... devo soltanto concentrarmi, la differenza di temperatura mi coglie impreparato, saranno almeno cinque gradi in meno, il vento leggero mi ridesta, asciuga il mio sudore, l'odore di stallatico mi colpisce e inevitabilmente mi regala un altro sogno, sviscero i ricordi, le malinconie, ma non ho tempo, il tempo non mi aspetta, le mani febbrilmente percorrono la tastiera, sento che l'istinto prevale, ecco, le prime immagini, le prime parole, piano B... nel frattempo il girasole mostra al mondo i suoi forti petali gialli, diavolo, come me la godo.

22 luglio 2008

I miei lontani giorni del vino e le rose

Sole caldo, alto nel cielo, terre arse, brucianti di sterpaglie e canne piegate al greve torrente, i cespugli di rose, filari di viti a perdita d’occhio, mi sembra di vedere le camicie rosse, grondanti sudore, gli schioppi levati al cielo, si ode un grido lontano, la valle ora deserta rimanda echi di battaglia, gli uomini a spallate entrano nella buia cantina dove l’odore acre del mosto è dominante, le grandi botti recitano litanie di giorni andati, il vino prende a scorrere a fiumi, un po’ torbido, intenso, sapore di fichi e melograni, la mia mano tremante e le rose sciupate dal vento, mi distendo all’ombra, palpitante, lì dove i tini vengono svuotati, carni lacere e sangue, la schiena piegata, le ore che scorrono e la sera che giunge liberatoria, piangere in silenzio sotto la luna pensando alla prossima giornata di duro lavoro, la sua voce mi giunge in lontananza, mi volto ad osservare il suo viso, i contorni sfumati e una triste malinconia mi pervade, il timpano ricalca le immagini di vita quotidiana, le colonne si ergono come cavalieri indomiti, conto i metri che separano le une dalle altre, il vento mi trascina in un vortice di ricordi, rincorro trepidante e un dolore acuto, sotto le gialle foglie la testolina di bimbo e i riccioli biondi, quel graffio al naso e si apre al sorriso, quasi perde conoscenza, senza fiato e il mio terrore, il pianto liberatorio, le lacrime disperate della madre, poi di nuovo il sorriso, il gioco.
Sudore alla pelle, l’acqua salata si porta via la stanchezza, disteso sulle pietre rotonde rubo gli ultimi raggi di sole, il rizzaio è una saetta, un lampo nel cielo, ricade, si chiude colmo di prede, braci e luna, il giusto compenso per le schiene spezzate le mani doloranti.
Gli anni passati e tornare in quei luoghi, polvere, ruggine, i tini spaccati, lo Sparacio osserva imponente, silenzio nella valle, pomodori e qualche lattuga, la piscina, qualche grappolo d’uva, le crepe del tempo, un’etichetta consunta e lacera a futura memoria, chiudo gli occhi, accarezzo una botte, l’odore del legno un tempo impregnato nel vino, si sfalda il ricordo, cede il terreno ai miei piedi, groppo alla gola, non proverò mai più quelle sensazioni, non godrò più di quel nettare antico e genuino, tutto perduto, tutto andato, il calice resterà vuoto, le rose appassite, il melograno estirpato.

20 luglio 2008

Girasoli...

Cerco di concentrarmi sulle cose più sensate, non abbocco, lascio che le parole scivolino, non mi piace il sarcasmo inutile, oltretutto ognuno ha i suoi punti di vista, spesso ci si può sbagliare, ritengo che in questo caso l'errore sia molto evidente, ma tant'è, c'è sempre stato questo tipo di atteggiamento nei miei confronti, è proprio per questo che non suscitano in me troppa simpatia compagnie delle quali alla fine faccio molto facilmente a meno...
Il sole ha lasciato le sue tracce sul mio volto, vago sentore di bruciato... il mare si rivela in tutta la sua bellezza proprio quando giunge il momento di andare via, lo contemplo dall'alto, troppe barche...
Oggi è un bellissimo giorno, il primo girasole è venuto alla luce, ne seguiranno altri a giudicare dalle tante piccole corolle, probabilmente è anche vero, leggo anche libri di minor spessore, ma saranno anche affari miei...
poi quando non te l'aspetti il dialogo prende forme impensate, avviene il confronto su temi che tu conosci ed altri no.
Guidare nella notte con l'aria fresca che entra dai finestrini e la musica a volume alto, le auto scorrono via veloci, perdersi nei propri pensieri, come sempre non ho tralasciato il canonico approvvigionamento d'acqua alla sorgente di Baida, strapperò l'ennesimo sorriso beffardo...
i regali sono stati azzeccati, Masha martellerà sulle percussioni mandando tutti in tilt... Totò appare soddisfatto, fingo di non sentire il salace commento di qualcuno vicino capace sempre di provocare anche a sproposito, non mi meraviglio...
Ho dissetato le piante attanagliate dalla calura estiva e contemplo la mia creatura con orgoglio e soddisfazione, il concorso l'ha vinto un siciliano, mi fa molto piacere.
L'unico commento degno di nota alla fine è la solita ed unica verità, "la vita è una sola".

18 luglio 2008

Elucubrazioni ad un tavolino

Il Falanghina beneventano dovrebbe accompagnarsi con frutti di mare e crostacei, niente di tutto questo, pilucco le mie noccioline, a stomaco vuoto gli effetti di qualsiasi vino non sarebbero che deleteri... mi ostino a non credere che lei possa "stimarmi"... ma molto spesso ci si sbaglia anche sulle cose più futili. Mi ostino a respingere l'assioma finale: "cambio vita, mi innamoro, ......., muoio, non foss'altro per il muoio conclusivo, non metto in dubbio che questo sia alla fine ciò che tocca a tutti noi, ma se non altro tra ........ e muoio, potrebbero esserci svariati altri avvenimenti, "perchè la vita è incontrarsi e illuminare il buio e la vita è scontrarsi magari sotto il sole dove si incontrano donne sulle biciclette con il vento contro che gli scopre le orecchie"...
Anita Desai, Chiara luce del giorno, la vecchia Delhi, due sorelle, India, il vialetto delle rose...
54 e 3, 40 e 46, 49 e 28, numeri da giocare al lotto, se non fosse un richiamo alla realtà, per chi non conosce la stabilità di una famiglia, per chi vive nella precarietà, l'insostenibile gioco perverso della ripetitività.
Scegliere, cercare di non sbagliare, evitare la banalità, e comunque regalare qualcosa che piaccia, ci proveremo, l'idea di partenza mi sembra abbastanza buona e come al solito non l'ho avuta io, un abbraccio fraterno a chi in queste ore attraversa bui scenari.
Un plauso a chi tra mille difficoltà perpetua la speranza nel tempo, pezzi di tuma persa si fondono nel mio intestino tra noccioline e patatine, ciao Bian, ciao Marcello Valentino e ciao Silvia e ciao a tutti gli altri che ostinatamente ci credono ancora, avrete sempre tutta la mia ammirazione.

Gli anni volano via

E' solo perchè qualcuno me lo ha chiesto, e prima o poi doveva accadere, così mi sono deciso ed ecco le foto della mia risicata produzione... se non fossi così pigro, se avessi più spazio, se trovassi l'energia, se se se se...

8 luglio 2008

Non adesso, adesso voglio soltanto guardare

Avremo tempo per le parole, ci sarà modo di confrontarsi, adesso no, lasciami contemplare il mare, la sua forza, il suo mistero. A volte in certe serate invernali ne ascolto il rumore, quel fragore che incute timore e mi costringe a pensare, le braccia tese nello sforzo di un ragazzino, di sole bruciata la pelle e un leggero sudore, trenta o quaranta metri più in là un sudore gemello, di braccia più forti e d'infinita tenerezza, tiriamo ansimanti nella medesima direzione e il sole quasi scompare all'orizzonte, tentenno, vacillo, eppure conosco il fondale, giorni e giorni sempre uguale, è la sorpresa, nei miei come nei suoi occhi e senza dire parole continuiamo a tirare, soltanto per un attimo la tentazione di mollare, un brivido nella mia giovane schiena, e quel battito come d'ali e il volo radente, la paura già svanita e l'amarezza della ricca preda sfumata, il giro della morte, la morte in fondo al sacco, alghe, gamberetti e piccoli polpi, e poi tanti fratelli di non so quanti padri.
Il vino freddo lentamente calma l'arsura e un leggero tepore mi pervade, stretto nella mia maglia mi volto ancora ad osservare il mare, rivedo i suoi occhi specchiarsi nei miei, lui è andato via da tempo, portandosi via anche la mia voglia di pescare.

6 luglio 2008

Di qualcosa perduto...

Sono seduto in fondo al corridoio, sopra di me una finestra, osservo il cielo limpido, luminoso, sto scrivendo una cartolina a chi non dovrei più, a chi non avrei forse mai dovuto, è l'ultimo giorno dell'anno qui a Chiloè, come anche in Italia, con la sola differenza di quattro ore, le sensazioni si ripetono nel tempo, e adesso sono un ragazzino che insegue galline schivando i rami bassi degli alberi di limone, il profumo è intenso, io corro a perdifiato ma loro sono più brave di me, guardo il mare di fronte a me, piatto, immobile, così sembra, il sole caldo, forte, imperla la mia pelle di sudore, poco più in là lei mi osserva muta, da tempo non ci sono più parole, ci trasciniamo stancamente, in attesa di chi riesca a spiccare il volo.
Il proiettore mi appare come una macchina immensa, le pizze gigantesche sono appoggiate lì in fondo al muro, lentamente tutto prende forma, si spengono le luci e un'intenso fascio di luci colorate pervade la notte, colpisce l'immenso telo posto di fronte e le luci diventano forme, le forme parole, mentre tutto intorno a me svanisce, e mi ritrovo solo, gli echi degli spari si perdono nella campagna, mani e bocche unite nella calura estiva tra le auto posteggiate ed io con occhi di ragazzino smarrito ed i primi desideri.
Quell'accusa e la penna lanciata sul vetro che ci separa, sono l'ultimo atto di una commedia già scritta e ripetuta nel tempo, il tempo non ti aspetta, ed anni dopo un sogno che agita altre verità e la necessità di sentire ancora la voce, guardarla negli occhi.
I profumi, gli odori, i sapori, le sensazioni che in alcuni particolari momenti ti fanno rivivere il passato con uno struggente trasporto e la consapevolezza di qualcosa perduto.

5 luglio 2008

Magda Szabò

La scrittura non è un padrone condiscendente, le frasi, se restano interrotte, non ritrovano più la completezza dell'armonia originaria, nella nuova stesura la volta del testo risulta indebolita, la stabilità complessiva è più precaria.
(La porta - Einaudi)

28 giugno 2008

L'ultimo viaggio...

Non riesco ancora a crederci, comprati ormai nel lontano 2000, compagni fedeli di tanti viaggi, instancabili, pronti, decisi, mi hanno abbandonato! Sigh, pagati in lire sudate, "tecnici" per antonomasia, affidabili, sicuri, li osservo sfaldarsi senza possibilità alcuna di porvi rimedio, sorpresissimo già al bar che qualche pezzetto cominciasse a mollarsi... via via un crescendo e per di più nel giorno designato per una breve escursione alla riserva orientata dello "Zingaro"... lungo il sentiero la prima a cedere la suola sinistra, portata in mano come un trofeo sino a quasi la metà del percorso quando si schiantava anche la destra!! Tra la suola andata e la parte di appoggio del piede una mescola indefinita prende a disintegrarsi, vari pezzi restano sul selciato mentre io imperterrito proseguo nel mio cammino... arrivo alla spiaggia praticamente soltanto con la parte superiore integra e inutilizzabile, ma è fatta, mi distendo al sole in preda alla rabbia e riaffiora alla mente un sogno di bambino che ripetuto nel tempo ossessionava i miei risvegli, all'età di 4 o 5 anni, in un periodo in cui era d'abitudine recarsi dal fotografo per immortalare il compleanno con tanto di enorme torta in bella vista (conservo alcune di quelle foto), ma nel terribile sogno mio padre inspiegabilmente andava via lasciandomi dal fotografo, solo e a piedi scalzi!! Non ho mai capito il significato, a prescindere dal fatto che mai mio padre avrebbe potuto tenere un comportamento simile.

L'acqua fresca mi conforta dopo l'esposizione prolungata al sole cocente delle due del pomeriggio e lava via la rabbia per i sandali, è vero c'è un ritorno da affrontare e a piedi nudi, alla fine riesco abbastanza agevolmente a camminare lungo il sentiero a ritroso e giungere all'auto con i piedi ancora integri, chissà, forse a distanza di tanti anni anche quell'incubo sarà sfatato...

27 giugno 2008

Guatemala, luglio/agosto 2000

Claudia sorride dietro la macchina del caffè, sorride ricordando i suoi trascorsi italiani, sorride ascoltando la musica classica che pervade il suo "Cafè Opera" di Antigua, sorride come quegli italiani che hanno trovato il coraggio e la determinazione di andarsene...
Le oche sono sbucate dal nulla, procedono in fila indiana attraversando tutto l'arenile, ad una ad una si tuffano nel lago, devo ancora digerire il platano fritto con i fagioli neri, mentre le immagini forti di Tikal e Uaxactun non mi abbandonano, sento tutta la forza e la presenza dei Maya intorno a me.
Il tipo rasta mi chiama amico e mi offre del fumo, alcune donne dopo aver strizzato i panni si spogliano e si lavano nel lavatoio pubblico incuranti degli sguardi, Livingston porto fluviale e marittimo dove tutti sembrano giamaicani e parlano inglese, come inglese è la lingua della ragazza che mi porta da mangiare in questo hotel di Belize city, mar dei caraibi, un autentico flash dopo lo spagnolo guatemalteco e onduregno, il Cayo Caulker è una piccola striscia di terra, l'occasione per un incontro ravvicinato con barriera corallina, squali e razze.
L'epidemia di dengue ci costringe a saltare Quetzaltenango, sul lago Atitlan scende una fitta nebbia procediamo lentamente mentre la notte scende e le ragazze litigano, tripudio di colori, fiumi di gente, improvvisa pioggia scrosciante e sole accecante, Chichicastenango si offre a noi in tutta la sua bellezza e semplicità.
Gli operatori del comune tagliano l'erba dai bordi delle strade con il solo ausilio di piccole roncole, quando ripassiamo la sera tardi loro sono ancora lì curvi sulla schiena, un vecchio carico all'inverosimile ci chiede un passaggio, l'avevo osservato da lontano, portava le sue cose per una decina di metri e tornava indietro a prendere il resto e avanti così per chissà quanto tempo, le quattro valigie che mio padre portava con sè, in treno, e a tutte le stazioni si ripeteva la scena, come quella del vecchio a Tikal, mi sorprendo quando alla fine vuole pagarmi per averlo portato con noi, riesco a convincerlo che non prenderò i suoi soldi, lo guardo andar via e mi riconcilio col mondo.

24 giugno 2008

Messico e nuvole...

Il militare mi sveglia con un gesto brusco, mi punta il fucile, es suya una maleta azul? Faccio fatica a connettere, riesco a rispondere che no, no tengo una maleta azul, tengo uno "zaino" azul, il militare strabuzza gli occhi e ripete quasi ossessivamente "zzzaino"????? In quel momento concitato non mi sovviene che zaino in spagnolo si pronuncia mochila, per mia fortuna aiutandomi a gesti afferra il significato e scende dal pullman portandosi via due tipi dall'aria losca che avevo già inquadrato all'inizio del viaggio, avrei potuto far loro compagnia, per una volta forse la sorte non mi è avversa...
fumo nel silenzio della notte mentre osservo il cielo terso e stellato, Messico, il mio Messico, dobbiamo all'autista suppongo l'intervento dei militari, la pausa ristoratrice nella notte probabilmente è stata una manovra per facilitarlo...
Holbox è un flash, spiagge bianchissime e deserte, acque fresche e limpide, unico neo forse le fastidiose mosche. L'ex ferroviere genovese sembra un ragazzino, sorride felice, qui ha trovato la sua reale dimensione, non ha perso la proverbiale tirchieria, quando gli chiedo un pò di olio per cucinare un piatto di pasta dopo un mese di cibi esclusivamente messicani mi risponde che ne ha pochissimo e ad uso esclusivo del figlio piccolo... guarda caso la sua locanda è la più cara di tutta l'isola...
Il caldo afoso di Merida si appiccica alla pelle, il coriandolo fresco nel cocktail di scampi a Veracruz quasi mi uccide, Chichén Itzà, Palenque, Teotihuacan, Xochimillo, il Cañon del Sumidero, Valladolid, Villahermosa, San Cristobal de las Casas, Chiapas, Yucatan, San Miguel de Allende, San Luis Potosì, Oaxaca, Zacatecas...
Stravaccato sul polveroso bordo di una strada deserta, circondata dal verde, mi godo un'altra sigaretta, percepisco i primi tuoni in lontananza, il vento sale, i primi bagliori, le nubi si addensano sempre più nere e minacciose, le prime gocce in contemporanea con l'arrivo di un pullman che più sgangherato non si può, ma non abbiamo alternative, lo prendiamo, Messico e nuvole...

16 giugno 2008

La normale dimensione del tempo

I tipici odori da spiaggia mi colgono assopito, riconosco il solare misto a sudori e vapori, la mente vaga e i ricordi mi pressano, Grecia, isole, mare, sole, caldo, perchè ostinarsi a congiungere le cose, gli avvenimenti, i fatti, un amore perduto, un amore trovato, l'amico che ti cerca soltanto nel momento del bisogno, il bisogno associato alla paura, girare le spalle è un attimo, altri orizzonti, altre verità. Le disperazioni sono tutte uguali e tutte diverse, grande banalità della verità, perchè succede di non accorgersi, a volte davvero mai in tutta la vita, dei propri limiti? Com'è possibile che un'esigenza la quale inevitabilmente non può dipendere soltanto dal nostro volere, diventa pressante, insistente, necessaria, imprescindibile? Il vento caldo di scirocco molesta le mie piante, il tentativo di girasoli ripetuto nel tempo, il pressante richiamo del viaggio resterà inascoltato, altri viaggi verranno, nulla escluso.
Calpesto ancora con orgoglio e capacità l'erbetta sintetica, attendo la cifra tonda, il giro di boa e l'addio definitivo, conservo i postumi e gli inestetismi della botta ad un occhio, alcuni mi evitano impressionati credo, mirabile effetto, gongolo... Mammolo, Pisolo, Cucciolo, Eolo, Brontolo, Dotto (lo) dove sei Barney?
Come si può davvero credere di tenere nelle proprie mani il destino, la sorte, di altri? Lui persegue nella convinzione di essere nel giusto, non ha mai avuto la capacità dell'ascolto, riconosce soltanto i bisogni primari e a quelli si è sempre adattato, come un animale, blaterando di onore e doveri, lealtà e cameratismo, orrore a perdita d'occhio... "ci sono solo due modi per fare le cose, quello giusto e quello alla mia maniera, e sono la stessa cosa".
Presunzione, ignoranza, mancanza d'umiltà, non voglio scriverne e non lo farò, sono già stanco e non ho bisogno di trovare un senso, l'ho già trovato.

16 maggio 2008

Un viaggio insolito...

Mi decido a postare la ricetta del cous cous in onore di Bian, lo faccio qui in maniera che altri possano leggere e cimentarsi se vogliono, premetto, non sono un cuoco, amo cucinare, ma molto di più dipingere... questa ricetta è il frutto di incroci, segreti carpiti, clamori annunciati, traguardi desiderati, fragorosi fallimenti, prove, mescolanze, amori, sapori, odori e perchè no anche trionfi...
Ero terrorizzato all'idea di "incocciare" la semola... pazienza, attenzione, musica in sottofondo ed è iniziata la danza, in realtà è più semplice di quanto si pensi, almeno questa è la mia convinzione... cerco di spiegarlo come meglio posso, pubblico a lato delle foto realmente pessime, purtroppo un problema sulla messa a fuoco automatica del quale non mi ero accorto le ha rese pressocchè inutilizzabili, le lascio soltanto per dare un'idea... non rilascio nè ingredienti nè dosi, sia per la poca dimestichezza, sia perchè generalmente lascio fare alla fantasia, all'intuito e al numero dei commensali.
"Incocciamento"


Procuratevi intanto la semola appropriata, la migliore credo si trovi a Marsala, io spesso uso una semola che trovo a Palermo, Oddo di Valderice, mi sembra ottima.
Incocciare non vuol dire altro che far aggregare tra loro 4 o 5 grani di semola.
Diviso un kg. di semola in cinque mucchi, si comincia spianando un mucchio alla volta su un tavolo, bagnando a pioggia con acqua salata, manipolando con il palmo della mano aggregando i grani, questa è un'operazione che via via diventerà naturale, sentirete sotto il palmo i grani ingrossarsi, avendo cura di non inzuppare con troppa acqua, procedete con gli altri mucchi di semola e poi riunite il tutto in una grande ciotola e sgranate con l'aiuto di una forchetta per evitare grossi grumi.
Mescolate alla semola ottenuta Olio evo, sale, pepe, peperoncino, prezzemolo tritato e cipolla a fette, per le dosi reitero quanto già detto.
A questo punto la semola va cotta al vapore con la classica cuscussiera (non ho la più pallida idea se il termine sia esatto) la quale va posta su una pentola in cui metterete oltre l'acqua, le teste dei pesci che userete per il brodo, patate, carote ed altre eventuali verdure e aromi a vostro piacimento, per quello mi sento di consigliare la visione anche di altre ricette e trarne spunto... la giuntura tra la cuscussiera e la pentola sottostante va "sigillata" con una pasta di farina e acqua per evitare la fuoriuscita di vapore, la cuscussiera va coperta con un panno e si procede alla cottura da un'ora ad un'ora e mezza.
Brodo di pesce

Per ogni chilo di cous cous occorreranno circa tre litri di brodo, procedendo dal classico soffritto di aglio, cipolla, carote, sedano e prezzemolo quindi polpa di pomodoro, aggiungete infine il pesce e l'acqua, per quanto riguarda il tipo di pesce ci si può sbizzarrire nella scelta anche considerando il periodo e il tipo di pesce che si trova in commercio, orientativamente direi che sono ottime la cernia compresa di testa, scorfani, orate, cozze, coccio (gallinella di mare) di almeno mezzo chilo ecc... filtrate il brodo ottenuto e mettete il pesce da parte.

Gamberi e Calamari
Con le code dei gamberi e i calamari a tocchetti realizzate un soffritto con aglio, polpa di pomodoro, prezzemolo, il tutto sfumato con vino bianco, da aggiungere poi al cous cous pronto.
Fumetto
Con le teste dei gamberi realizzate un fumetto di pesce che una volta filtrato andrà in parte aggiunto alla semola, in parte usato per sciogliere la salsa Harissa da usare come eventuale condimento per rendere più piccante il cous cous.
Pesto
Con basilico, prezzemolo, aglio, cipolla, olio evo e mandorle tostate, realizzate un battuto diluito con brodo di pesce, anche questo da unire successivamente al cous cous.

Verdure di contorno
Tagliate a julienne, melanzane, peperoni e zucchine genovesi, saltatele in padella con aglio e olio evo e poco sale, lasciate appassire e utilizzate da contorno al cous cous.

A cottura ultimata trasferite il cous cous in una grande ciotola e coprite con due terzi del brodo di pesce ancora bollente, lasciate riposare almeno mezzora preferibilmente coperto con un panno di lana, incorporate il pesce a pezzetti precedentemente pulito di tutte le spine (questa è davvero une bella faticaccia anche se tutto dipende dalle quantità di pesce utilizzato...) aggiungete il fumetto, i gamberi ed i calamari, il pesto.
A tavola avrete cura di servire a parte le verdure e la salsa Harissa per chi volesse rendere ancora più piccante la propria porzione... ed una ciotola con il restante brodo caldo da aggiungere a piacere nei singoli piatti. Vi assicuro che il risultato è assolutamente esaltante, non credo ci si trovi di fronte ad una ricetta originale, ma semmai alla risultante di varie combinazioni diverse, sarà la vostra passione per la cucina e la vostra abilità a indicarvi varianti, tempi e quant'altro.
Spero di non aver tralasciato niente, in caso di dubbi, incertezze o richiesta di ulteriori delucidazioni, parliamone... un saluto a Bian.

13 maggio 2008

Milano, primo maggio ultimo viaggio...

Un sentore di amarezza, a volte costruiamo castelli sulla sabbia, a volte semplicemente nascondiamo a noi stessi la verità. Milano, afosa e irriverente nel suo indiscusso fascino, ponti vacanzieri troppo lunghi... rimpiango quasi lo spago sulla mia valigia e "noio volevàn savoir"...
Il domino trascinato sino alla madrugada confonde gli animi, la trasposizione su tavolo dell'immagine di amicizia impenetrabile e immarcescibile, rovina per le terre e come d'incanto tra la chianina e questo pessimo vino che sa di cloro, se il cavallante fosse stato al suo posto nei giorni indicati, probabilmente ci saremmo risparmiati il palato...
Intolleranza, poca pazienza, e non ultima la tirchieria, le solite giustificazioni stavolta suonano stonate, si fa strada in me il rifiuto, non riesco più ad accettarlo, men che mai considerando la generosità di chi ricco non è affatto se non d'animo e di sentimenti, è parte del gioco, il gioco terribile e affascinante della vita, non provo rabbia, delusione si, ho lottato con me stesso fino alla fine, negando persino l'evidenza, un'altra volta ancora qualcosa che si spezza...
Muji, Bacon e Feltrinelli, le considerazioni lasciano il tempo che trovano, ci guardiamo un pò smarriti, bus, metro e ancora bus, Linate, senso di sperdimento, forse avremo modo di riparlarne, forse di dimenticare, il professore non merita tutto questo, il maestro non è stato all'altezza, scompare in me la voglia di giustificare i suoi errori, un senso di stanchezza prevale su tutto, forte in me la consapevolezza del sentimento di amicizia... quel sorriso che ci unisce mentre commentiamo, è la risposta...
Un sentito ringraziamento alle ferrovie dello stato, nella fattispecie di Palermo, la metro dall'aeroporto parte in perfetto orario, meno perfetto il meccanismo di apertura automatica delle porte, tra l'altro il solerte capotreno che ci ha controllato i biglietti alla partenza avrebbe potuto anche avvisarci... le porte non si aprono, neanche con il pulsante, tentiamo una inutile corsa al vagone successivo anche lì porte bloccate, damn... salta la nostra fermata, ci tocca scendere alla successiva e tornare indietro, per far prima decidiamo per un autobus... alle 15:00 circa della domenica non ci sono molte corse, lo verifichiamo a nostre spese, ma tant'è camminare fa solo bene, grazie anche all'AMAT...

29 aprile 2008

L'amarezza per i viaggi troncati...

Alonso Chisciano e le sue confessioni, la morte è soltanto un mare..., lei mi comunica le ultime sulla sorella, niente di buono all'orizzonte, strascichi e risvolti forse inattesi, mi faccio carico dei dolori altrui, mi trascino, la primavera, malinconie, tristezze, le solitudini degli altri e la mia, le lacrime facili sintomo di depressioni in agguato, gli occhi tristi del cane che mi osserva implorante e anche stavolta chiuderò la porta alle mie spalle lasciandolo solo, il desiderio di spostarsi, cambiare scenari, attori e astanti, la necessità di rinnovarsi, nuovi entusiasmi, smetterla di leggere la vita passata, i giorni andati, i giorni mancati, i volti smarriti, rimpianti e rimorsi, è questo angosciante groppo avvolto di sensazioni e momenti, di profumi e colori, di realtà vissute che tornano pressanti, di scomparse e di virate decise, il senso della morte, della non appartenenza, lo sperdimento, la frustrazione, la negazione, il non essere più riconosciuto nè riconoscibile, è perdere un riferimento, sbandamento, paura, ma davvero io ho visto l'amore?
Il maestro ci aspetta, staremo insieme quattro giorni, col professore che sembra scomparso, Vietnam e Rosae, Milano, il Venezuela sbiadisce, e il piccolo ha di colpo mutato la sua vita, il tempo volge al bello, finalmente ho cambiato gli specchietti e cerco di schivare gli infidi piccioni.

2 aprile 2008

Non è mai abbastanza

La bottiglia, ormai privata del suo prezioso contenuto, si concede immobile a futura memoria, sento ancora il sapore al palato, forte, deciso e al tempo stesso vellutato e denso di frutti di bosco, così lo percepisco io, perso nel suo colore, rigiro il calice tra le mani, osservo controluce, il profumo avvolgente permea lo spazio e le narici, timida preda di infinite sensazioni, quattro mesi di gestazione, di attese, di aspettative, emozioni, l'abbinamento col cibo giusto e la ricchezza dei commensali, il medaglione di filetto e la medaglia al Rosae, il maestro pontifica e discerne, il professore non molla mai il bicchiere, io mi gusto la scena e il mio Mnemosis. Il piacere dell'istante e il ripetersi nel tempo disperato della dissolvenza, serberò il ricordo, dimenticherò, sarà inevitabile viaggiare.
Muti segni fendono l'aria, pioggia sullo sfondo e su quelli che sembrano occhiali, ho un compito da eseguire, ho messo da parte le sigarette, già mi vedo respirare meglio, riverso l'ansia sulla cioccolata e sento una nuova energia, primavera, crema gialla, panna e fragoline, un classico di tutti i miei compleanni. Il maestro mi ha mandato qualcosa, il tempo ritrovato, la fine della fuga, le vocali che in seconda battuta si alternano e del bisogno atteso e invano.
Adesso è tempo d'imbrunire.

17 marzo 2008

Tre amici, colori e scirocco

E' vero, è giusto, bisogna darsi delle scadenze precise, altrimenti ci sono cose che non concluderemo mai. Ci provo, mi prefiggo finali già scritti, ma l'imponderabile è sempre in agguato, dimenticare il passato, non considerare il futuro, vivere il presente. Il presente, la quotidianità, il ripetere ossessivo azioni già conosciute, districarsi abilmente nella fitta vegetazione della burocrazia già sarebbe un traguardo. Massimo è già ripartito, vive il suo disagio con la dignità che lo contraddistingue, abbiamo riso insieme, bevuto, mangiato, delirato, la lontananza ci divide la profonda amicizia ci lega. Agustìn arriverà domani, il professore attende febbrilmente il maestro, percorsi simili tra noi e la possibilità di parlarne insieme adesso, qualche giorno a confrontarsi, a smoccolare, fumare, bere, mangiare, goliardicamente e non.
Tre diverse modalità, un unico comune denominatore, percorsi a volte opposti e esperienze differenti, risultanti inaspettate e a tratti convergenti per singoli episodi.
Do una lustratina veloce alla casa, ho riposto i colori ad olio ma resta nell'aria il profumo tipico, man mano che l'olio si asciuga modifica l'aspetto e svanisce l'odore, sento pressante l'urgenza del definire, mi manca poco, la manualità ritrovata mi regala decisione e le idee prendono forma.
Chissà se ci sarà ancora un domino a rallegrarci o sentiremo tutto il peso della pasqua, forse riusciremo ad andare al cinema noi tre, forse riusciremo a dire il non detto, forse nutriremo stomaco e cervello. L'immagine nitida del deserto di Atacama mi riporta indietro negli anni, ancora una volta, seduto sul crinale guardando ora a nord ora a sud, il sole che arroventa e che lasciando la cordigliera prosegue il suo cammino verso il mare, il rituale ancestrale dell'unica rosa e di quell'unico giorno, lei che mi dice grazie stizzita nel suo italiano stentato e va via voltandomi le spalle negandomi per sempre la possibilità di conoscerla, la casualità, l'orgoglio, la timidezza, la paura, se siente se siente Allende es presente, la Moneda, la Serena, Puerto Montt, l'isola di Chiloe, quell'uomo che ci noleggia la sua auto e scopriamo nascondere le foto del Pinocho dittatore, Agustìn è tornato da poco dal Cile, un viaggio diverso, una fuga e un pentimento, la voglia di ripartire, un altro pentimento, i suoi 63 anni contro i miei 49 e i 46 di Peppe, vite a confronto, immagini sbiadite, racconti, è vero le esperienze degli altri non servono mai, ma è così confortante ascoltare la vita di un altro, alcuni nascondono dolori, alcuni decantano le gioie, diversità che accomunano tutti, nessuna terra è diversa, i colori arricchiscono, le lingue offrono musicalità diverse, siamo tutti uguali e tutti diversi, la giustizia non è di questo mondo e per quel che mi riguarda di nessun altro, guardo distrattamente le immagini che scorrono, infimo film pessimi attori, non riesco nemmeno a ricordare il titolo, soddisfo la mia golosità fagocitando quel che resta della splendida bavarese alla gelatina di mandarino, pesto i tasti, fumo l'ultima sigaretta, e non sono ancora condannato, un insolito scirocco imperversa e molesta le mie piante, sento le mani impazienti e gli occhi avidi, quando qualcosa prende forma, al di là delle ovvie insoddisfazioni parziali, riesci a gonfiare il petto, il respiro si fa profondo non vedi l'ora di svegliarti per dare il buongiorno alla tua creatura, aspetti che prenda posto tra le tue cose, attendi di annoverarla tra le tue preferite, ma non ci si accontenta mai, ed è normale, è giusto che sia così, la ricerca continua, le scoperte si perpetuano, ti rigeneri, ti riempi, finalmente ti senti di nuovo vivo.

12 marzo 2008

Quel suggestivo viaggio nei ricordi mentre ascolto la mia musica

I fichi d'india di Zacatecas, l'odore della campagna, sudore sulla pelle, sole e mandarini rubati, l'odore intenso, penetrante dell'essenza di trementina si stempera pian piano con l'olio di lino, passano i giorni, la casa s'impregna, respiro, m'inebrio, ricordo i primi tubetti, gli sguardi paterni, le mani tremolanti sfidavano l'ignoto, il passato non si cancella mai, correvo inseguito da un randagio o forse felice per l'appuntamento con la mia dolce amica, la fitta al piede mi colse impreparato e il rosso fiotto allagava e dilagava, sette anni o forse sei, Carime sorride mentre guida un auto che sembra quella di Eva Kant, ma la ferita lacerante che mi perde non sanguina, le prime parole, le ultime, quanto dura l'amore? Il tempo che la lastra di ghiaccio si stacchi fragorosamente tuffandosi e alzando impensabili onde, la corriera, le cartoline, il mare, le isole, odore di erba tagliata, tengo miedo de perderte, ginocchia sbucciate, le cicale e poi la luna piena, i motorini, le prime sigarette distratte e rubate, se non mi parla io non le parlo, il mio sorriso è più vecchio dentro lo specchio, pensavo potesse piacerle, ma lei non è stata felice del mio raffigurarla sebbene con tutta la mia fantasia, la paura dell'esposizione, i miei chilometri a ritroso, i passi sugli stessi passi, la balena franca austral, il forte vento e le mie piante, la speranza di vita, quella quercia in primavera, tutti i miei viaggi in treno, Salerno, Bardonecchia, Torino di passaggio, ventinove anni fa Roma, è credere o no, Como, pasqua sul lago, il senso della festa, vorrei incontrarti, l'amaro in bocca, la trementina e l'olio di lino, della disperazione e la paura, la mia amica persa nel tempo e il ricordo del suo assurdo aborto perchè lui non voleva saperne, della fine dell'amore, sul punto di cadere, le strade verso l'India, Cina.
Quante colpe si riversano in questi trent'anni, posso solo difendere quello che so e la perdita che sento imminente e tutto il terrore, quando qualcosa si rompe per sempre, quando non riesci a superare il disagio, e torno a guardarmi nello specchio e guardare lui, comportamenti analoghi, stessa dinamica e faccia, Battisti, quel taglio nel piede correndo, quel profumo, quel tepore, immagini presenti, e riprendere a cucinare dopo l'abbandono, disagio, zio Antonio adesso ho anch'io la tua età, il pc vuole che inserisca l'iter, le mie brioches col gelato, il buffone di una notte in treno, lui così piccolo e forte dorme disteso sulle mie gambe nel corridoio, mare, Cecilia, le biciclette, quattordici anni, flashback, suggestioni, le canzoni, Firenze, chianti e panini, il burro al cioccolato e i teschi nella vasca di ghisa. Sudore e maledizioni, ora spettatore ora trasportatore, un odore agita le sensazioni e smuove la terra dal mio cuore, agito i pennelli freneticamente, sento le voci che arrivano, sento gli odori, collego i rumori, rivivo le sensazioni, vorrei dormire, risvegliarmi bambino, tendergli la mano, sentire la sua forte presa, gocciola il colore, frammenti di carte colorate, stucchi e acrilici, tutto si mescola, scende la sera, vorrei urlare, non posso fare niente è questa la tragedia, io sono qui, ed esserci non serve a nulla, Piero era cardiologo è morto di infarto, arriva il momento, si spegne la luce, addio Ipanema, addio Perito Moreno, e non sei niente, non sei mai stato niente.

26 febbraio 2008

un viaggio introspettivo...

In realtà lo avevo sempre saputo, solo lo tenevo per me, a volte le verità più insopportabili bruciano dentro. La scorzetta di limone si stempera nel gin, il terzo martini cocktail sviscera le parole non dette, e lui stavolta si lascia andare, non è la prima, non sarà l'ultima, parole che sanno di veleno, parole dettate dal cuore, parole che si dicono soltanto ai veri amici, non avrebbe del resto senso accalorarsi con un estraneo, non se il senso è capire cos'è un legame, il tempo offusca il comune sentire, le proprie difficoltà e i problemi irrisolti tracimano d'incanto nell'egoismo, senza essere esaustivi per giustificare le azioni, quell'accusa brucia dentro, permea il mio essere, m'invade e mi perde, la storia si ripete e l'angoscia che ne deriva mi toglie il sonno e la ragione, sono attimi di smarrimento, il sangue pompa nelle vene e ottenebra il cervello, resto calmo, silenzioso, pensieroso.
Lentamente il sangue fluisce e pur non trovando le parole, ritrovo serenità, come sempre accade lascio che il non reagire offra l'immagine della mia indifferenza, intanto rimugino, passano le ore e la sola cosa che riesco a pensare è che ha ragione e non gliel'ho detto, mi chiedo fino a che punto, ma non trovo appigli, scuse, motivazioni, a volte è veramente difficile accettare la realtà, i muri costruiti nel tempo mostrano le crepe, il terreno di fondazione cede lentamente e la sola cosa che riesco a pensare è trovare rifugio nella mia invalicabile solitudine, non riesco a dormire e continuo a pensare, rivedo i suoi occhi, le domande che attendono una risposta diversa dal solito, non sono capace, biascico, smozzico, adduco, sentenzio e fuggo, ma sono soltanto mezze verità, mento a me stesso, l'ho fatta grossa e non trovo rimedio, lo sapevo già prima che accadesse e non mi sono fermato, la diversità non include l'obiettivo comune, ma così calpesto tutto e tutti, sono davvero una persona tirchia? O è soltanto egoismo? O paura, o chissà che, il tempo sembra essersi fermato, o probabilmente ci sono cose che neanche il tempo risolve, a maggior ragione quando non si vuole, o quando si nasconde la realtà e non si vuole affrontarla.
I sentimenti, la percezione della fine, la morte, ero io davanti al Perito Moreno, non ero io a Salvador do Bahia, sette mesi per dirmi che ho rovinato un viaggio e sette mesi per dire che non volevo partire, ma non è questo, lo sappiamo tutt'e due, è fottersene anche dell'amicizia, è arrivare ad un bivio, il solito, e non sapere quale strada scegliere, quello che tante volte ho incontrato sul mio cammino, quello nel quale la strada scelta è stata sempre sbagliata.
Una persona sensata ammetterebbe i propri errori e cercherebbe di rimediare, cercherebbe finalmente di imparare a donare qualcosa agli altri, la prima reazione mi spinge a pensare all'isolamento, alla cancellazione, alla distruzione, capisco per la prima volta che sono in errore, ma non trovo spiragli, avrei voglia di distruggere anche il quadro che sto dipingendo, e di restituire ciò che devo, mi sento ossessionato e ossessivo, depresso e compulsivo, il suo essere fuori di se, incazzato, mi ha regalato un profondo turbamento, mi costringe a doverlo considerare, è forse l'ultima occasione che la vita mi offre, il tempo non ci aspetta, il reale senso delle cose in definitiva è molto semplice, forse basterebbe aprire gli occhi e mettersi in gioco come lui dice, forse.

4 febbraio 2008

Quel quotidiano viaggio nella memoria

Lei preferisce che le cammini davanti, non ha più quel passo fermo e deciso che le conoscevo, mi accorgo di vivere ad occhi chiusi, cerco disperatamente di allontare tutti gli orrori, cerco di non vacillare anch'io, mi ostino a pensare e credere che il tempo non sia passato, il suo braccio sotto il mio, quante volte nel passato abbiamo anche litigato, soltanto perchè quando si è molto giovani non si capisce, dei miei pentimenti tardivi conservo tutta la sofferenza, tutte le lacrime versate e tutta l'incapacità, mi dice quasi piangendo che lui è andato via, sono quasi due mesi, non serve cercare di scuoterlo, di farlo parlare, mi hai lasciato sola gli dice, ma lui non risponde.
Sarà anche un pò colpa della solitudine in cui mi sono relegato, o forse molto più semplicemente le cause sono il senso di colpa e l'assoluta e ovvia incapacità di saper porre rimedio a qualcosa che fa parte della natura.
Il vigore ritrovato è frutto dell'entusiasmo per i sogni perduti che tornano a fare capolino nella mia vita, ma una nuova consapevolezza e la paura del tempo mi tagliano le gambe, la paura ama guardarmi fuggire, attonito, avvilito, incapace. Però tu ridi sempre mi dice Tami, si è vero, io rido sempre, come se fossi tanto stolto, ridere o piangere sarà forse uguale, nessuna delle due cose mi servirà per la soluzione, io piango in silenzio, nel buio di una casa vuota do sfogo alla mia rabbia, alla sofferenza che ogni giorno diventa sempre più insopportabile, e quando lei mi racconta di come eravamo, di quello che è stato, non riesco ad accettare il presente, io vado per la mia strada, è vero, ma sono colmo di disperazione e preda dell'inettitudine.
Lei mi ringrazia sempre, ed io vorrei non lo facesse, non ha senso, dopotutto non le regalo che pochi attimi della mia vita e lei invece ci ha dedicato la sua, a volte ho detestato certi suoi comportamenti, a volte la mia voglia di fuggire lontano era più forte della comprensione, occorre che passino gli anni, per potersi poi maledire e rimpiangere i giorni mancati. La vita è soltanto una, la vita ti scorre via velocemente, non ci sono tregue nè tempi supplementari, puoi essere un abile protagonista, un utile gregario, o solo una piccola comparsa, probabilmente l'importante è proprio credere in quello che si fa, io ci ho creduto a tratti, ma ricordo soltanto il peggio, dimentico facilmente i torti subiti, il peggio si annida in me stesso, a volte ho agito con consapevolezza, altre un pò meno.
E' il viaggio nella memoria che mi relega nel passato precludendomi il futuro, è il crogiolarsi nella sofferenza, intimo e sottile piacere, corrente alternata che mi accende, mi spegne, mi seduce e mi stanca.
E' il viaggio nella memoria che si ripercuote nel presente e mi fa vacillare, è finalmente aprire gli occhi e con dolore constatare.
E' il viaggio nella memoria che mi trova seduto a pensare, rimestare, ricominciare con i se.
E' solo un viaggio nella memoria, dal quale non vorrei più tornare.

22 gennaio 2008

La mia piccola odissea per il Rosae Mnemosis - 17:36/19:49

Tutto comincia quando chiedo alla gentilissima Silvia dove trovare il suo vino qui a Palermo, purtroppo non è ancora distribuito, è la sua pronta risposta, così come pronta è l'offerta di inviarmene una bottiglia, sorpreso e stupito, ma non tanto, accetto di buon grado, poi le festività natalizie, il mio viaggio a Barcelona.
La sera del 17 gennaio trovo un biglietto arancione nella buca delle lettere, qualcuno ha provato a consegnarmi un misterioso pacco celere... rifaranno il tentativo, così dice il biglietto, la sera successiva un altro biglietto dello stesso colore si materializza nello stesso posto del primo, stavolta non c'è scritto nulla, nè data, nè indicazioni di sorta, ricordando altre consegne e considerando il week-end di mezzo designo il lunedì successivo per il ritiro.
Lunedì 21, alle 14:30, appena uscito dall'ufficio, pur non sapendo affatto dove recarmi, mi dirigo all'ufficio postale più vicino a casa, l'impiegato rigira tra le mani i due biglietti, con aria sconsolata e rassegnata mi comunica che loro ancora il pacco in questione non l'hanno ricevuto, sarà meglio riprovare domani... mmmmmm.
Martedì 22, stavolta alle 13:30 sono all'ufficio postale, c'è una donna allo sportello, che con aria ancora più sconsolata del primo mi dice che francamente non sa come aiutarmi, un collega zelante prova su internet, alla ricerca del pacco perduto... scopro così che il servizio di posta celere in realtà è affidato ad una non meglio identificata società di cui le poste si servono, l'impiegata comincia a recitare una triste litania: l'azienda non è più quella di una volta, si stava meglio quando si stava peggio, non ci sono più le mezze stagioni ribadisco io e finalmente ottengo un numero di telefono al quale rivolgermi o in subordine l'indirizzo della società, si, diavolo, però la stessa non si trova a Palermo, bensì a Villabate, comune limitrofo, però considerando che io vivo esattamente dall'altra parte e ci saranno almeno venti chilometri di distanza propendo per il telefono.
Ore 15:30, ho appena finito di pranzare e decido di chiamare la ditta di spedizioni, voce registrata, musica di sottofondo e segnalazioni varie su numeri di telefono a pagamento, sito web, ecc... penso che siano in pausa pranzo (ma quanto dura la pausa pranzo?). Sul famigerato "pizzino" arancione scorgo un numero verde, lo compongo fiducioso, call center delle poste, niente da fare, il tipo ci prova ma non cava un ragno dal buco, comincio a disperare, internet, trovo la società, digito il mio bel numero di spedizione, risulta che il pacco proviene da Empoli e che hanno provato varie volte a consegnarmelo...nessuna indicazione sul da farsi, provo una poco credibile operazione di contatto con la quale dovrei ricevere notizie in merito via sms o e-mail... attendo, intanto provo le pagine gialle e comincio a chiamare tutti i numeri esistenti, la solita musica, gli operatori sono occupati ma se voglio posso provare un numero a pagamento per soli 15 centesimi al minuto e tra l'altro senza scatto alla risposta... decido che forse è il caso di provare la macchinetta mangia soldi, come prevedevo, digitare uno se..., digitare due se..., il tempo scorre inesorabile e nessuno mi risponde, il mio cellulare è muto e la mia casella di posta sta facendo la muffa.
17:36 sono in auto, dopotutto sono soltanto venti chilometri, dimentico delle targhe alterne e della chiusura improvvisa del parco della Favorita che generano il caos... guardo mestamente le cifre digitali sul cruscotto, tra l'altro non conosco nemmeno l'esatta ubicazione della famigerata società... il tempo non aspetta ed io sono bloccato nel traffico, 17:59 mi dico che posso farcela, mi guardo intorno, la gente sembra rassegnata, sto ascoltando la radio, non sono abituato al traffico e cerco di non pensarci, d'improvviso mi sbuca davanti un furgoncino bianco, la scritta laterale mi sembra di conoscerla, ma sì è proprio un furgoncino della ditta che sto cercando, in un lampo il colpo di genio, sono già le 18:28, ho letto nel sito che le consegne si effettuano sino alle 19:00, se uno più uno fa due, il tipo ha finito le consegne e sta rientrando in sede... lo seguo molto fiducioso.
Sono talmente convinto del fatto mio che non mi accorgo che invece il furgoncino gira per una traversa laterale , continuo a seguirlo, e dopo dieci minuti capisco che sta tornando in città, diavolo, mi prende la disperazione, sono costretto ad invertire il senso di marcia e ricominciare quasi da zero.
Mi dico che non ce la farò, ecco Villabate, cerco la stazione ferroviaria nei cui pressi dovrebbe essere ubicata la ditta, mi fermo e chiedo ad un passante, stazione ferroviaria qui a Villabate? Non esiste più da anni... o porca miseria, e adesso? Però la stazione di Villabate in realtà è quella di Ficarazzi dice lui... ok, va bene, ma come la raggiungo???? Sempre dritto, la prima a sinistra, poi subito a destra, il ponte, il semaforo giallo intermittente, poi subito a destra e sempre dritto, facile a dirsi... ma lei sa per caso dove si trovi la via Picasso? Anche da morto vieni a tormentarmi, è davvero un destino infame il mio.... ma questa è tutta un'altra storia... 18:48, seguo le indicazioni, e neanche a dirlo, mi perdo, la lancetta del serbatoio punta pericolosamente verso lo zero... anche questa, non ho certo il tempo per fermarmi ad un distributore.
Il vecchio che vende ortaggi e frutta per strada mi dice che non è della zona, leggo Ficarazzi su un cartello e mi fiondo, comincio a sentire l'istinto prendere il sopravvento, non so nemmeno dove mi trovo, ma sento che sono nella direzione giusta, 18:57, cavolo, cavolo, non mi chiuderanno sul naso, vedo una traversa più larga, guardo la targa stradale, e il mio volto s'illumina, Via Pablo Picasso, eureka! Entro trafelato nell'ufficio, 18:59, bingo! L'impiegato guarda il suo orologio, penso mi voglia buttare fuori, ma deve aver notato la mia aria contrita e disperata, prende i miei biglietti arancioni e sparisce, l'attesa si prolunga e già penso che del pacco non ci sarà traccia... finalmente un altro impiegato mi chiama per nome con in mano una busta, ci dispiace per il contrattempo, si è trattato soltanto di un errore, le hanno lasciato degli avvisi sbagliati... si, ok, ma il pacco c'è? Si, si, quello si, uff, le ultime perplessità svaniscono, una firma e finalmente entro in possesso del tanto agognato oggetto del desiderio, non oso aprirlo, lo adagio sul sedile della mia auto, una targhetta sbiadita recita Villa Petriolo, è lei, si, è lei, la mia bottiglia di Rosae Mnemosis, mi sento felice come un ragazzino e fumo una sigaretta liberatoria.
19:49 casa, finalmente, apro la bella scatola, la bottiglia è sana ed avvolta da una carta in cui si legge di fiabe raccontate, di sorelle, di rose, di desideri, di conquiste.
Grazie Silvia, il primo passo è stato immortalare la bottiglia a cui farà seguito, chiaramente, la degustazione, credo che sceglierò l'abbinamento con il filetto all'arancia e pepe rosa di Bian.

15 gennaio 2008

quel viaggio a ritroso nel tempo

Forse era soltanto gelosia, o forse invidia della bellezza del non sapere, eppure calciavo forte, con cattive intenzioni, suppongo adesso, lui sorrideva sempre, bardato di tuta, ginocchiere, guantoni, troppo grandi per permettergli anche di muoversi, ma lui sorrideva, sempre, anche quando restava legato ad aspettare, senza dire nulla, senza obiettare, senza aspettarsi nulla, neanche di fronte alle pistole che ci venivano puntate, neanche una lacrima, ho sempre scambiato per forza la sua sensibilità, del resto non ho mai capito niente veramente, rigiravo tra le mani quel flaconcino e mi chiedevo con ostinazione perchè il contagocce fosse stato spinto a forza al suo interno, sempre poche parole, ma quelle poche parole mi restituivano con molta chiarezza le sue notevoli capacità. Che fosse il codino o la barba lunga, o la Parigi delle sue foto, gli occhiali scuri che mi negavano lo sguardo, le troppe sigarette, o di quella volta che gli dicevano, "mangiami, mangiami", gli anni di lontananza e le lettere in sordina, verità nascoste e domande senza risposta, cercavo tra le nuvole il colore della mia terra lontana, mentre la vita si prendeva tutto e il tempo non ci aspettava, echi lontani di gesta andate, di solitudini, di fasti e clamori, di risa perdute, di infanzie negate, gli amori, gli amori, persi nel vuoto di una stanza, tele disperate e richieste d'aiuto, di quelle corse del mattino e dei cornetti appena sfornati, di qualche cinema e di tutti i libri non letti. Del dolore della verità che a tutti i costi non si vuol sapere, di tutti i traumi e le sconfitte, del desiderio che muore ogni giorno, dei momenti di odio, di delusione e di tristezza, di una richiesta disperata.
Il desiderio sopito di quel viaggio insieme che non è mai venuto, delle promesse e del distacco, dell'indissolubile amore fraterno.
La paura dell'ignoto ci rende sgomenti e solidali, insieme a tutte le domande alle quali cerchiamo frenetiche risposte, la lotta continua, la lotta è sempre dura, i grandi occhi incorniciati da folte ciglia mi osservano, scrutano la mia ignoranza, da tempo hanno smesso di credermi, un fremito attraversa la mia schiena e un dolore che non conosco mi spinge a piegarmi in avanti, mi osserva incredulo e le mie parole si perdono nel vento, gli tendo una mano, ma come sempre è tardi, anche questa volta capisco in ritardo, anche questa volta perdo la mia occasione.
Lentamente il giorno fa il suo ingresso, ho aperto gli occhi già da un pò, preparo il mio solito caffè e accendo la mia prima sigaretta, la notte è stata tormentata, tra gli acufeni che non mi lasciano un momento e i pensieri sparsi e intrisi di un dolore nuovo, la luce filtra tra le tende, i fogli sparsi in giro riaccendono il mio interesse e la voglia di sapere, vorrei essere lontano, perdermi tra la gente, non farmi riconoscere, l'ennesima fuga, l'ennesimo non-ritorno vagheggiato, a volte le battaglie si vincono da soli, ma una guerra è un'altra storia, troverò la forza, quel coraggio perduto, non perchè debba, solo perchè voglio.

12 gennaio 2008

Lo scopino nella candeggina

Le lacrime scendono lente sul volto di Tami, nel suo itaspainglese riesce a dirmi che spera ci vedremo presto, la Estación de França sembra essere rimasta quella del 1929, un tuffo nel passato che rimanda ad antichi fasti, ad antichi dolori, anche se della dittatura franchista non sembra più esservi traccia, Barcelona si sveglia in questa fredda mattina di dicembre accarezzata da un tiepido sole, lentamente percorro a piedi i pochi chilometri che mi riportano a casa, Peppe e Valerio dormono ancora, il natale ce lo siamo lasciati alle spalle, fumo disteso sul letto, la finestra aperta rimanda echi di bambini in festa, un velo di tristezza, non mi lascia l'immagine degli occhi di Tami ora sorridenti ora mesti e tristi.
Adriana mi ha salutato con molto affetto, sorridente e lanciata verso i suoi nuovi traguardi, Valerio maledice se stesso, la sua presunzione, i suoi errori, avrei voluto trovare parole diverse, mi riconosco adirato e incapace, piccoli momenti di tensione, d'incomprensione, anneghiamo i dissapori nell'ennesimo vodka lemon, dopo guardiamo tutto con più serenità, ci ritroviamo, torniamo a sorridere, uno sguardo, niente più parole, avremo tanti giorni ancora e la maniera di riparlarne.
La Rambla si porta via il sorriso, ancora una volta, scende una pioggia fine e traditrice, il Montjuic sembrava aspettarci, Mirò è preso d'assalto, gli invasori parlano la lingua italiana, straziano tutto quello che trovano sul loro cammino, impietosamente, vanno a caccia di souvenir, di un briciolo di memoria, lui è sepolto qui vicino, ne avverto la presenza, ci perdoni maestro.
Non siamo stati capaci nemmeno di una telefonata, Santiago non è a un tiro di schioppo, ma le telecomunicazioni oggi fanno miracoli, il piacere è rimandato ancora una volta, la paura regna sovrana e incontrastata, Agustìn, perdonaci anche tu.
Pablo Ruiz Picasso è morto, è morta l'arte, viva l'arte. Divoro i passi, la frenesia mi assale, voglio nutrirmi, voglio ingozzarmi, voglio scoppiare di piacere, gli occhi pieni, il cuore impazzito, mi fermo soltanto quando lo vedo, lui è lì, mi guarda, sembra dirmi morirai anche tu, non sai quando, ma accadrà e nessuno saprà cosa avresti potuto fare, stupido, vigliacco, insulso essere, i colori si sciolgono, lentamente debordano dai quadri e mi cingono in una morsa sottile, le dita di pane sembrano prendersi gioco di me, che figlio di puttana, ti ho amato dal primo giorno, con la tua maglietta a righe e le mani sporche di colore, per le tue stramberie e le tue donne, e ti ho odiato perchè non ero lì, mi resta una foto rubata, i tuoi occhi, gelidi, spietati, accusatori, mi fa male ammetterlo, ogni giorno di più, perchè m'inchiodi alla verità.
Sudore, accanimento, oltraggi alla libertà, e la stramaledetta teleferica è già chiusa, sento svanire il tempo, il sole sta per scomparire dietro i monti, il freddo si fa intenso e i giorni sono andati via, paella da dimenticare, chuleton da ricordare, la crema catalana, il pub di Simone, Sorriso, Catalunya, il piattello e il santa diña chileno, è stato solo un momento, mi sono distratto e adesso questo bel flacone di candeggina resterà inutilizzato.
Gaudì, Aldo Rossi ed anche Bonvicini, sagrada, segrate e le strip, ancora lei, l'ignobile, irriverente con la falce, monumenti ai caduti e caduti dai monumenti.
La moka l'ho portata da casa, non ho saputo resistere, il caffè della mattina è l'unica sacralità che riconosco, la prima sigaretta, le prime luci, il porto olimpico e il park Guell, il barrio gotico, la ciudadela, la condoneria con i suoi oggetti bizzarri.
La diagonal e le corti inglesi, non c'è, inutile insistere, ancora non c'è, vive nella nostra immaginazione, Valerio lascia stare, smettila di bere, Peppe pensieroso, un sorriso, ritrova la parola, gli ultimi dodici secondi, dodici acini sentenziano la fine, in ritardo prendo ad ingozzarmi, recupero, taglio il traguardo in tempo, siamo nel 2008, verso un goccio di candeggina, lo scopino ringrazia.

17 dicembre 2007

Del prossimo e di altri ancora

L'alba del 20 mi vedrà alle prese con valigie e quant'altro, non è tanto il viaggio in se, è partire con mio figlio dopo tanti anni che mi rende ansioso e allo stesso tempo eccitato.
Ricordo la luce nei suoi occhi all'annuncio di un viaggio, un bambino di 11 anni che pativa la mia assenza, i primi anni della separazione da sua madre, un bambino che attendeva con trepidazione l'incontro estivo dopo i mesi passati in città diverse e nei quali si comunicava mediante appassionate lettere che dilatavano il tempo e trasformavano gli stati d'animo in cui avveniva la scrittura.
Momenti intensi in cui si cercava di recuperare il tempo perduto, ma quel tempo lo rimpiango ancora, contro la mia volontà mi sono perso tanti istanti che avrei voluto per sempre conservare nel mio cuore, ma non potrò mai dimenticare i suoi sguardi, intensi, carichi di significato, profondi, se qualcuno al mondo mi conosce fino in fondo, quello è proprio mio figlio.
Le vicissitudini della vita ci hanno diviso e riunito tante volte, gli anni delle medie passati a Firenze, gli anni del liceo a Palermo, l'università a Firenze prima e Palermo ancora una volta, occuparmi di lui a "puntate" non ha certo minato il nostro rapporto, adesso viviamo ognuno per conto proprio seppur nella stessa città, e finalmente saremo insieme per un momento di svago che giunge necessario dopo mesi, se non anni, di intenso lavoro e sacrificio, che se non ci ha, alla fine, regalato le soddisfazioni che pensavamo, per lo meno ci ha permesso di essere uniti e solidali, regalandomi la possibilità di sposare un suo progetto e condividerne l'entusiasmo.
Barcelona non ci è estranea, ma l'abbiamo vissuta in solitaria e in momenti diversi, ambedue affascinati dalla Spagna e con la medesima voglia di viverla in maniera diversa, con quella strana idea che spesso torna a fare capolino e che anche in questo caso ci vede solidali.
Spesso i volti delle persone conosciute non si ricordano più, si perdono nel vento le parole, gli anni cancellano amicizie e amori, certi ricordi si mantengono vivi nella memoria del cuore, certi altri li lasciamo andare e a volte la paura non ci fa proseguire nel cammino della conoscenza, non credo si possa spiegare a parole il legame che unisce un padre a un figlio, e forse non serve farlo, è quando gli sguardi si incrociano e toccano le corde del cuore, quando non servono parole, quando percepisci le storie anche senza che nessuno te le racconti, quando il tempo della condivisione ti regala la certezza di avere raggiunto quel momento altissimo che non a tutti è dato di conoscere e che a volte qualcuno t'invidia, è in questi momenti che capisci e non ti resta che ringraziare la vita per averti concesso il sentimento più bello.

13 dicembre 2007

il mio piccolo viaggio alla scoperta della cuccìa

La mia cuccìa in solitaria alle sei del mattino, lume di candela, due bicchierini di grappa per far finta di non essere solo ma non li ho bevuti mi sembrava carino metterli nella foto, un discreto lavoro alle spalle, ma neanche tanto faticoso, grano, ricotta, scorzetta d'arancia candita, cannella, cioccolato fondente, e qui ho esagerato 99%, qualche filo di zuccata, aroma di vaniglia, sa molto di arabo in questa veste ma è tutta siciliana.

1 dicembre 2007

Di un viaggio interrotto

Da bambino detestavo la crema di ricotta, della cassata siciliana amavo soltanto il pan di spagna e il verde marzapane.
Alcuni dei miei pomeriggi di studente del liceo li dedicai ad alcune visite, in compagnia di Francesca, presso l'ospedale psichiatrico il quale credo da poco non si chiamasse più "manicomio". L'imponenza del luogo m'incuteva timore, a volte non visto mi aggiravo tra le sale deserte, sbirciavo fuori dalle finestre le immense solitudini, tornavo nella mia casa luminosa piangendo, ma non sapevo mai il perchè, soltanto mi facevo carico di qualcosa più grande di me mentre i miei compagni andavano a dare calci ad un pallone improvvisato nella polvere delle strade con gli zaini a far da porte.
E' un pomeriggio di quelli che voglio ricordare, quella volta a noi si era unito anche Michele, a lui il calcio non era mai piaciuto, sembrava una missione la nostra o l'espiare colpe che non ci appartenevano, la sala grande e luminosa riecheggiava di musiche e danze, la ragazza prese la mia mano e m'invitò al ballo, non lo avevo mai fatto prima, avevo diciannove anni credo e gli ultimi passati nella mia stanzetta ad ascoltare rock e vagheggiare di un amore mai conosciuto fino ad allora.
Lei aveva uno sguardo felice in tutta la sua sofferenza ed io mi lasciavo trasportare, fino a quando non arrivarono le pastarelle alla ricotta, si illuminò ancor di più e mi rese partecipe della sua generosità, le sue mani indugiavano ora sull'una ora sull'altra, cercava soltanto di scegliere la migliore per me, quando me la portò alla bocca era così contenta che non ebbi il coraggio di rifiutare, dopotutto io la ricotta la detestavo ancora, la crema mi si sparse per il viso, e un'altra e un'altra ancora, il ballo proseguì per qualche minuto, fino a quando le robuste braccia di un infermiere non la portarono via, la festa era finita, i suoi occhi di colpo persero la luce le sue braccia tese ed imploranti mi dipinsero tutta la solitudine, il buio prese forma e la musica cessò, restai al centro della grande stanza mentre le lacrime si mescolavano alla crema, non una parola nel ritorno a casa, la sera era già scesa e si sentivano soltanto i nostri passi, ognuno perso nei suoi pensieri e incapace di dargli vita.
Quella credo fu l'ultima volta che mi recai in quel posto o forse nel tempo l'ho rimosso, era stato per via della legge 180 del 1978 figlia di Basaglia che avevo potuto avere quell'opportunità, ma anche il mio impegno politico, l'incontro con Francesca.
Quest'episodio dimenticato è tornato alla luce negli anni un paio di volte, quando vidi un film su Basaglia, quando mi recai in quell'ospedale oggi tanto cambiato per tirare anch'io calci ad un pallone nel campo attiguo, oggi riaffiora leggendo Roveredo e ne parlo con Giulia che il libro mi ha consigliato. Le stesse lacrime rigano il mio volto, ma non si mischiano alla crema, quella crema alla fine ho imparato ad apprezzarla e continuo a dare calci ad un pallone. Avrei dovuto versare meno lacrime e darmi più da fare, non ne ho avuto la forza forse, o forse mi è mancato il coraggio.

29 novembre 2007

Di quel viaggio che sento alla fine

Dell'immagine di un ragazzino strappato alla scuola, del precoce lavoro, della capacità e della fermezza, dei sacrifici nel tempo, della fiducia nel dormirmi accanto mentre guidavo silenzioso fumando un'altra sigaretta di nascosto, di una macchina da guerra, la sua guerra a lungo combattuta e persa soltanto in un piovoso mattino di aprile, quando ti svegli e non sai più chi sei e l'immagine di te è lontana dal tuo corpo, del come mi sorprendeva destandosi dal sonno nel mio esatto momento di crisi, di tutte le volte che "ti conviene girare di là...", della capacità assoluta di mantenere la calma anche quando il più stolto pontificando sulla propria ignoranza ti prendeva in giro senza sosta e della verità nascosta nel guadagno quotidiano, di tutte le mattine alle cinque, delle risate e delle canzoni stonate, della velleità di attore e delle reali capacità riconosciute, del caffè delle mie mattine da studente che nelle sue mani sembrava un elisir, del suo essere diverso da me e tanto simile nello specchio delle mani, delle sue mani in cui rivedeva quelle del padre, degli scontri mai sopiti delle ideologie, della benzina che mi faceva di nascosto, delle assenze patite nel lavoro lontano da casa, della manualità trasmessa, della capacità d'inventarsi l'impossibile, e del suo sguardo assente di oggi.
Dei suoi racconti semplici e accorati e delle mie lacrime nascoste e silenziose, del suo dolce sorriso e dello stupirsi delle mutazioni, dell'incoraggiamento costante e di tutte le avversità, delle sue lacrime di rabbia e d'impotenza, del riciclarsi nella vecchiaia, del mai abbattersi e dei miei viaggi al finestrino e della felicità di un bambino, della solita insalata verde o del cappuccino della sera, delle valigie colme e delle valigie trafugate, dei viaggi milanesi e delle stradine pugliesi, di una sicilia amata e contemplata, del non riconoscermi più, di quello che è mancato e di quello che è stato, della generosità non riconosciuta e della derisione, dell'invidia e del disprezzo, di un articolo di giornale, dei morti ammazzati e delle morti naturali, delle amicizie perdute e degli allori dimenticati, di quel piede martoriato e dei chilometri viaggiati, di un'infanzia presto dimenticata e dei fratelli perduti.
Del suo sguardo assente di oggi, dei capelli disordinati e delle rasature approsimate, dei suoi occhi profondi che non ricordano più.
Della mia rabbia e della mia impotenza, delle mie fughe vigliacche e dei pianti solitari, delle foto distratte e della foto da militare, delle melenzane fritte nell'acqua sotto le bombe e delle cassate siciliane, della difesa a oltranza della specie e della sua dimenticanza, degli occhi attoniti dei miei fratelli e della disperazione di mia madre.
Del suo sguardo assente, del suo non parlare, degli abbracci mancati e di quelli che non ci saranno, di quei calci sbilenchi a un pallone o del pranzo domenicale, delle sue parole taglienti e del disperante congedo finale.

27 novembre 2007

Giulia corre

La strada è in salita, Giulia è in ritardo, il sole è già scomparso all'orizzonte, gli ultimi raggi si riflettono nelle acque dello stretto, Giulia non ci pensa due volte, compone il numero e alla risposta ricomincia la polemica, sta quasi correndo, la voce è affannata, ma non smorza la sua dolcezza, il suo accento frammisto di romano e napoletano, o almeno così percepisco, Giulia va sempre all'attacco, indomabile e sicura, sono davvero timido?
Giulia è un lampo nel cielo, ascolta sempre con grande interesse fa sue le storie che le racconto, non è mai superficiale, non dimentica mai nulla, le piace ascoltare, le piace capire.
Giulia nella sua mansarda, la tisana e la "bastarda turca", non finirà mai quel libro.
Mario anche oggi non ha letto il programma, sono tutti da Emanuela, è là che è diretta anche lei.
Un lampo nel cielo stellato, no, il freddo non vuole saperne, è caldo anche oggi, le lenticchie prendono colore tra un pò faranno compagnia al riso e poi un cucchiaio di olio della mia terra.
Giulia è possessiva, Giulia chiede, attraversa luci ed ombre, Giulia è solo in cerca di conferme.
Quanti piatti, le posate, non ha voglia, non ancora, l'acqua è pronta Giulia tace.
I capelli, così corti, camomilla e piumone, Giulia ascolta sempre, Giulia non mi parla di se, attende le mie domande.
Giulia corre sempre, cerca se stessa, cerca qualcosa, cerca qualcuno.
Odore di buono nell'aria, un sorriso, apro piano la finestra, un leggero tepore si diffonde nella stanza, arriverà l'inverno?
Giulia sta dormendo, lo sento, la mia tisana è pronta, guardo un'altra foto, faccio una scansione delle parole dette, come spesso accade dimentico di collegare il cervello e le parole vibrano indisturbate, fluttuano nell'aria, colpiscono, feriscono, maledetto stupido.
Morfeo non mi raccoglie, sfoglio stancamente le pagine di un nuovo libro, aspetto con fiducia che mi trascini con se, guardo ancora fuori della finestra, silenzio a tratti rotto dall'ennesimo rientro, fumo un'altra sigaretta, so che non dovrei, il cerchio alla testa me lo sconsiglierebbe, il fumo azzurrino è l'unica cosa che mi piace, per il resto comincio a detestarle.
Giulia anche lei gli occhiali sul naso, parla dei suoi bambini, del piacere tutto infantile e innocente di costruire e un attimo dopo distruggere tutto, liberazione, evasione, quante volte avresti voluto fare lo stesso e non hai più l'età.
Giulia e i suoi pranzicene, sempre allo stesso orario, una botta e via ci si ripenserà domani, il gusto perduto del riflesso dei fuochi sul tuo viso, vapori andati, nascosti in ricordi ancestrali, ricordi di bambina nella mano di tuo padre, non c'è, forse non ci sarà nel timido sguardo sorpreso di chi si sente osservato.
Giulia corre, Giulia corre sempre, Giulia non sa fermarsi, non vuole, non può, ancora affanno e richieste a se stessa, all'amico di sempre.
Ciao Giulia, dormi serena, Parigi, la Senna e la Banlieue, il Grande Arche e il suo autore danese nell'unico progetto in vita, soffi di luce, aroma di caffè, un'altra notte è andata, piacevole e insolito tepore di novembre, si annuncia primavera si direbbe, nel mio cuore è ancora inverno inoltrato, nel cuore di Giulia è sempre estate.


26 novembre 2007

Quando non ti resta nient'altro imbastisci cerimoniali sul nulla e soffiaci sopra. (Corman McCarthy)

Salar de Uyuni - Bolivia 04.08.2005

Non te lo aspetteresti mai, nemmeno in una città come la mia, quel benedetto autobus che dovrebbe riportarci a Sucre forse non esiste, forse si cela nella nostra immaginazione, il cervello annebbiato dal freddo intenso, la ragazza cortese, neanche poi tanto, ci ripete ossessivamente che arriverà, sono talmente stanco che non ho la forza di chiedermi perchè la gente che aspetta con noi in quello che sembra l'ultimo posto al mondo, abbia così tante coperte, giacconi, cappelli e sciarpe. Finalmente come in un miraggio appare il nostro autobus, talmente sgangherato e cigolante che quasi viene voglia di andare a piedi.
Cerco di non pensare, mi rannicchio nel mio posto e cerco di dormire, gli spifferi gelati mi ridestano, mi guardo in giro e capisco, gli uomini e le donne sono avvolti nelle loro coperte, intabarrati fino all'ultimo capello, la notte scende silenziosa il bus arranca e il freddo a poco a poco diventa insostenibile, cerco di muovere i piedi e disperatamente di frenare gli spifferi usando le tendine lacere e consunte, tentativi inutili, in un flash rivedo il salar, l'immensa distesa di sale 12000 kmq che si perdono a vista d'occhio, il sole caldo che si riflette nel sale, l'isla del pescado e i suoi infiniti cactus, il frugale pasto consumato in compagnia di quattro allegri ragazzi argentini. Mi volto a guardare Peppe, lo sento maledire il mondo, e ho l'immagine netta della fine. Approfitto di una breve sosta per capire se il sangue circola ancora dentro un corpo che non sento più, non riesco nemmeno ad urinare tale è il freddo.

Il gelo attanaglia ormai la mia mente, mi sento perduto, uno sguardo verso i miei vicini, due vecchietti che erano con me alla stazione, dormono, avvolti nelle loro coperte, tante, sento che non ce la farò, la disperazione m'induce a pensieri maligni e la tentazione di rubargliele si presenta in me con orrore, capisco che i pensieri non sono più pensieri, capisco a cosa può portare la disperazione, riprendo a battere i piedi, cerco di muovere le braccia, tutto inutile, non voglio nemmeno immaginare quanti gradi ci siano all'esterno, so bene della forte escursione termica, so bene che il termometro sarà sotto lo zero, ma mi dico che non posso cedere, non posso davvero finire così.
Non c'è davvero granchè da fare, m'impongo di dormire per dimenticare la sofferenza, il tempo non passa mai, e dormire quando senti la lama sottile del gelo farsi strada tra i vestiti e colpirti a morte, diventa un'impresa ardua, impossibile.
Non avevo mai provato una sofferenza simile prima, è davvero qualcosa che non si può raccontare, nonostante il piumino, il pile e la maglietta "tecnica".
Non so come ci ritroviamo sbattuti per strada alle quattro del mattino, siamo a Potosì, la coincidenza, già pagata, per Sucre in realtà non esiste, in Bolivia può capitare anche questo, ma quando mi rifugio sotto un porticato e il freddo sembra affievolirsi, tutto scompare nel nulla, gli spettri della morte svaniscono, e la bellezza di Sucre, raggiunta dopo molteplici complicazioni, mi restituisce il desiderio del viaggio e la forza di dimenticare.

19 novembre 2007

Santiago del Cile 11.01.2003

Santiago si offre a me in tutta la sua bellezza, cammino disperdendo lo sguardo, mi fermo ad osservare le case basse che via via degradano, case povere rispetto a quelle viste sulle colline (il nuovo rifugio dei ricchi, in mezzo a loro da qualche parte Pinochet continua a pontificare nonostante tutto….) vengo assalito dai profumi, dai colori, dai visi distesi delle persone che incontro, “questa terra è la mia terra”, mi sento così a mio agio, che quasi ne sono sconvolto, chissà, se credessi alla reincarnazione sarei propenso a pensare di essere stato in un’altra vita proprio un cileno.
Decidiamo di dirigerci verso il quartiere “Bellavista”, visiteremo la “Chascona” (la casa di Pablo Neruda) , il Museo delle belle arti e tutto ciò che potremo.
Il nostro cammino riprende, infaticabile, so dove siamo diretti, so che resterò meravigliato davanti alla casa di Pablo Neruda, saprò dopo quanto mi avranno colpito le sculture di Nunèz.
Il cielo è sereno, il freddo intenso della mattina ha lasciato posto ad un caldo asfissiante, maledetta escursione termica, siamo costretti ad uscire da casa imbacuccati e poi a svestirci frettolosamente mentre il sudore ci cola copioso dalla fronte. Vorrei che il tempo si fermasse, vorrei non dovere tornare in Italia, vorrei continuare a parlare con le persone, vorrei immaginare la mia vita diversa.
Il museo è magnifico, la struttura simile al nostro liberty, forse più vicino in realtà a quello francese, l’immensa copertura a vetri lascia che il sole colpisca le sculture rendendole più reali, ma sono figure fantastiche, il buon Nunèz utilizza ogni sorta di materiale, dal ferro al legno, alla paglia e al fango, ricordano i tanti muri che ho visto per le vie di Santiago, traspare dalle sue opere la passione, la sofferenza, l’immensa dimestichezza con le tecniche più disparate, stiamo a guardare a bocca aperta e ripenso ad Agustin che ce lo aveva preannunciato, ma lo stupore di fronte a tanta suggestione è inevitabile, scattiamo foto a ripetizione, non abbiamo fatto altro in questo viaggio, le nostre foto, con il grandangolo o lo zoom, tutto per cercare di fermare il tempo, d’immortalare e riuscire a trasmettere queste emozioni.
Adesso il caldo è davvero insopportabile, cerchiamo un posto dove poter mettere qualcosa sotto i denti, dove bere una birra fresca, ci aggiriamo furtivamente per il quartiere di Bellavista, la strada è tutta un susseguirsi di locali, dai pub alle trattorie, alle semplici bettole, cerchiamo una soluzione che stia nel mezzo.
Addento con voracità la mia tortilla, cavolo, l’insalata è zeppa di cipolle, non mangio mai le cipolle crude, cerco di scartarle, ma l’aroma intenso ha pervaso pomodori e quant’altro, il caffè non ci consola, abbiamo chiesto un “corto italiano” con la speranza che la tazza piccola che ci viene offerta sia foriera di un buon espresso, ma no, davvero non capisco, grandi produttori e pessimi baristi…
L’aria prende a raffreddarsi, il sole comincia il suo declino, guardo le Ande lì sullo sfondo di questa bellissima scenografia, le vette innevate, suppongo sia proprio perché il vento accarezza le cime che giunge a noi talmente gelido.
Il tassista ha l’aria rilassata, noi credo proprio di no, ci chiede dove portarci, sicuro del fatto mio pronuncio: Herrera mildossientooccianciados, certo che lui abbia capito e fiero di essermi imposto; si aveva capito, non so perché abbia poi girato in lungo e in largo senza trovare la destinazione, sino a quando non mi decido a dargli con fermezza le indicazioni del caso, altro carico di autostima… e Giuseppe gongolante.
E’ giunta sera, preparo il mio giaciglio di fortuna, quattro o cinque coperte mi faranno da materasso, un lenzuolo e un cuscino il resto. Non riesco a prender sonno, domani prenderemo l’aereo del ritorno, non riesco proprio a chiudere occhio, in un lampo le immagini del viaggio si frappongono tra me e la parete della stanza, rivedo mentalmente le diapositive, affranto per quelle che volevo fare e non ho fatto, felice per quelle casuali. La gatta continua a graffiare la porta, vorrebbe entrare, dopo tutto questa stanza sino al mio arrivo era la sua dimora personale, non me la sento di dividere il mio letto improvvisato, forse più tardi le aprirò, le palpebre lentamente cominciano a socchiudersi, cerco di abbandonarmi al sonno vinto dalla stanchezza, la resistenza che pongo è figlia del diniego, non voglio, non voglio, percepisco gli ultimi lamenti, la gatta, la mano scivola su un fianco, l’ultima notte cilena sta per andare, un breve sussulto, apro gli occhi, dalla finestra aperta la luna fa il suo ingresso, mi scappa un sorriso, buonanotte Santiago, arrivederci. Apro la porta la gatta felice viene a sistemarsi tra le mie coperte.

17 novembre 2007

El Tatio 07.01.2003

Ci vogliono i turni per riuscire a svegliarci in tempo e far parte della "spedizione", tre ore di viaggio dal deserto di Atacama, arrivando a quota 4321 mt., lo spettacolo che si offre ai nostri occhi è a dir poco affascinante, non è ancora giorno, fa un freddo bestia e ancora insonnacchiati non ci rendiamo perfettamente conto di cosa ci troviamo davanti, dai piccoli geyser a quelli più grandi ad un'autentica piscina naturale dove i più coraggiosi s'immergono felici di scrollarsi il freddo patito, Jorge con molta disinvoltura mette a cuocere le uova intere direttamente dentro l'acqua bollente di un piccolo geyser insieme ai brik del latte che poco dopo ci sembreranno una manna dal cielo, tra i fumi e gli schizzi continuo a tirar foto che resteranno per sempre nella mia memoria, tra i Lama, le Biscachas e il piccolo Zorro che con disappunto suppongo non arriverà a stasera, mi lascio trasportare dalla fantasia e dalle emozioni. il freddo via via che scendiamo verso Calama lascia il posto ad un caldo afoso e umido, un caldo che ti si appiccica addosso e ti fa sentire già a casa.

16 novembre 2007

La selva amazzonica 13.07.2005

Iquitos resta, a malincuore, soltanto l'occasione veloce per riprenderci dal viaggio in aereo. Alcune ore di viaggio in auto ed il successivo trasbordo in barca ci scodella, attraverso affluenti vari, in quello che pensiamo essere il cuore della selva amazzonica, è già buio e facciamo fatica ad orientarci, ci accompagnano due ragazzi del luogo, nessun lodge, nessuna capanna, il nostro hotel a cinque stelle è una palafitta aperta su tutti i lati, un giaciglio di coperte ed una zanzariera a proteggerci dagli insetti. Una settimana a diretto contatto con la natura ancora incontaminata, immersi nel verde e circondati dall'acqua. Ci laviamo nel rio, con qualche timore per la presenza di piranha, coccodrilli e quant'altro, sembra quasi di ottemperare ad un qualche rito tribale, ci si lava i denti con l'acqua torbida e marroncina, restiamo affascinati dal silenzio, dalla fitta vegetazione, dallo scorrere silenzioso dell'affluente, è svanito il caldo, non sentiamo l'umidità, ci lasciamo lentamente trasportare dalle emozioni, il sorriso delle donne e dei bambini che vivono in una delle tante comunità presenti lungo i fiumi, ci ripaga della fatica e dei disagi tutti occidentali. Il curandero che sentiamo cantare in una notte stellata, induce timore, rispetto, ed un sorriso beffardo all'indirizzo dei tre ragazzi svizzeri che a caccia di emozioni si ritrovano a vomitare anche l'anima. Quando le cibarie scarseggiano ci ritroviamo a pescare e mangiare i piranha, chi l'avrebbe mai detto.
I giorni passati in quell'angolo sperduto di mondo, ci indurranno a nuovi pensieri...

Che brasile? 26.07.2007

Il fumo della sigaretta sale lento, percepisco il freddo e maledico di aver lasciato il pile in hotel. Santa Teresa, il bondes (tram) in salita, i ragazzini che saltano a bordo, ci guardiamo intorno stralunati non sembra neanche che poco sotto scorra la grande metropoli con le sue bellezze, le sue contraddizioni, le frotte di turisti.
E' sempre così, corriamo a rifugiarci lontano dai clamori, col gusto dell'avventura e il desiderio di saperne di più.
Il giorno che a poco a poco svanisce, la stanchezza, la metro più pulita che tu abbia mai visto e ti domandi se davvero sei tu, come sembra, il più sporco e malvestito.

5 novembre 2007

Il mio primo giorno qui

Ci eravamo lasciati alle spalle Iguatzù e le poderose cascate che abbracciano tre paesi.
La Quebrada sarebbe stata tutta un'altra cosa, ma in questo giorno che segna il mio ingresso qui, la mente è distolta dalle immagini di un film, violente, crude, e troppo vere, della Cambogia, della Cecenia, del Sudafrica, del Pakistan, l'elenco potrebbe continuare, affido le mie inutili parole a un diario che ancora non so se prenderà forma.