20 ottobre 2009

aRoma...

Il ricordo veste i contorni di un manufatto in cemento bianco, gli spruzzi alti e il vento freddo, la mente rincorre quei giorni, non ero consapevole, un giardino chiuso a futura memoria, percorso, una foto.
Le catapecchie si ammassano tortuose la quinta di massi bagnati dal Tevere, facce dell'est, pioggia, che lava via le risa della casa d'edera, il fuoco spento, odor di braci, caponate e risotti.
Arcobaleno in un lampo, doppio come la mia birra, ancora pioggia, viaggio a ritroso, non c'è un posto dove sedersi, Paolo e Mariella già ripartiti, iPhone, però un Mac...
Parlo nel mio telefono e mi allontano dalla meta, perdo di vista l'uscita, le voci, sconosciute, l'incontro, emozione e imbarazzo...
E' quello che io penso sia? non dica quella parola!
frenesia, pacchetti, e un pensiero al bimbo, trolley si, trolley no, bagaglio, biglietto, check-in on-line?
Di pensieri, parole, rivolte, dissidi, i giorni passano nell'attesa, non trovo le parole, dimentico anche di ascoltare.
Si è fermato l'orologio alla parete, mi fissa silente, guardo il display del mio telefono, alterna Mirò e Kandinskij, accesso negato, aifon!!
L'infermiera cubana smista il mio sangue, non riesce a capire come noi siciliani non si sia capaci di vivere col turismo... intanto noi non abbiamo nessun CHE da ricordare...
La moglie del cardiologo dice che suo marito non è esoso... ma non riesco a quantificare... attendo, allontano il caffè per prendermi in giro da solo, in realtà avrei bisogno di tornare a correre, macinare chilometri.
Non vorrei mai ci fossero Arciqualcosa in difficoltà, è abbastanza triste, il mio alibi di una casa piccola per fortuna regge, non lo sopporterei, i miei animali silenziosi annuiscono...

1 commento:

Lucrezia ha detto...

Un Chautauqua. E non una parola di più.